Uscendo dalla scuderia, mentre facevamo il tragitto che ci conduceva in casa, le annunciai che era da parecchio tempo che non cavalcavo, e non ero sicuro di potercela fare. Consigliai di andare da Madame Whitney con la macchina che avevo noleggiato a Reno e che così saremmo anche arrivati molto prima. La ragazza, con un enorme sorriso mi guardò in faccia e, con tono divertito, mi disse che non avrei dovuto aver paura, sarebbe stato il cavallo a fare tutto, e che io mi sarei dovuto limitare a rimanerci seduto sopra; e, man mano che lo avrei cavalcato, mi sarei ricordato di come si faceva. Aveva aggiunto, che per arrivare prima era meglio usare il cavallo anziché la macchina, e poi voleva farmi vedere alcuni posti che, con questa, sarebbe stato difficile raggiungere.

Entrammo in casa e, iniziammo a fare colazione con tutto il ben di Dio che Blonde aveva preparato. Mentre mangiavo le uova strapazzate con bacon, chiesi dove abitasse la donna che saremmo dovuto andare a trovare?e lei mi rispose che non era molto distante: a cavallo ci sarebbe voluto all’incirca un’ora. Stava vicino al lago, in una casa arroccata sulle Virginia Mountains, raggiungibile tramite una impervia stradina in salita che avremmo dovuto percorrere a piedi per non affaticare i cavalli. 

Finita la colazione Blonde, mi procurò dei vestiti adatti al nostro viaggio: mi diede dei vestiti che erano stati di suo padre. Dei geans sbiaditi ma molto resistenti…con una camicia a quadri di colore blu mare! Un paio di stivali che mi calzavano a pennello, e un capello a falde larghe: proprio uno di quelli stile far west!

Accettai il prestito un pò divertito e mi vestii di corsa.

Blonde, prima di partire si era raccomandata con Ramon di far rientrare i cavalli nell’enorme recinto all’aperto dietro la scuderia, e di abbeverarli abbondantemente non appena sarebbero passate almeno tre ore dalla libera cavalcata.  Alla fine lo salutammo e, a trotto, ci dirigemmo verso Piramid Lake.

Erano moltissimi anni che non cavalcavo e il riprendere le redini in mano mi aveva portato alla memoria il ricordo di quando da ragazzo, assieme al mio stallone Lampo, trascorrevo le giornate più belle della mia adolescenza.

Non ci volle molto a riprendere dimestichezza con l’animale; Blonde aveva ragione: bastò poco per riavere la padronanza della guida e poi, il bellissimo esemplare che mi trasportava, era molto docile e obbediente così da poter anche galoppare senza nessun problema.

Arrivammo a Pyramid Lake verso le 6: 30.

Era la prima volta che riuscivo finalmente a vedere quel lago: era enorme, tanto che non se ne vedeva la fine. In un punto a sud di questo, vi era una montagna che spuntava dalle acque e che aveva una strana forma di piramide. Blonde affermò che era quella strana protuberanza a dare il nome al lago, e che aveva ispirato la città ad accoglierla come emblema, facendolo scolpire sulle montagne vicine: era la  piramide con sopra la scritta “Pyramid Lake” che avevo visto alla stazione ferroviaria! Non avevo fatto caso alla scritta perché era consumata ed illeggibile, solo la piramide era rimasta ben conservata.

I cavalli si abbeverarono alle sue acque e anche noi ci dissetammo sulle sponde di quel meraviglioso lago dolce. Blonde, volle farmi vedere Sutcliffe, una piccola riserva indiana proprio nelle rive del lago che si trovava a pochi trotti da lì, così andammo a fargli visita. Ci fermammo per poco tempo ma ebbi modo di apprezzare l’ospitalità indiana. Erano Shoshoni, vivevano lì da secoli, fin dapprima della venuta degli spagnoli nel nuovo mondo; poi, era divenuto territorio degli stati uniti d’america, e successivamente riserva indiana. Tutto il lago lo era: apparteneva a loro, in pratica, da sempre.

Blonde aveva un ottimo rapporto con quegli indigeni, era considerata come una della tribù. Fummo accolti con festeggiamenti e grida di gioia. Blonde, mi presentò pomposamente e, come benvenuto, mi fu messo al collo dalle donne che si accalcarono intorno a me, una collana di piccole piume variopinte: imbarazzato, ringraziai per il loro dono mentre Blonde, sorrideva sotto i baffi.

Il capo tribù, che si era avvicinato a me mettendomi una mano sulla spalla, mi aveva chiamato con l’appellativo di “Uomo dal naso importante”, lo seppi da Blonde che conosceva bene la loro lingua e ne fui un po’ seccato ma, non lo feci notare ai presenti, per non offenderli.

In realtà non sembravano dei veri indiani così come li conoscevo io tramite i telefilm in tv; avevano mantenuto le loro tradizioni e costumi, ma molti avevano anche abiti occidentali che facevano capire che la tecnologia era arrivata anche in quel posto sperduto.

Vidi un individuo, quasi completamente nudo, seduto sulla spiaggia che fissava il cielo mostrando un volto estasiato. Chiesi a Blonde cosa stesse facendo e lei mi rispose che era un uomo considerato sacro perché vedeva cose che gli altri non riuscivano a vedere; questo era servito e riverito da tutto il popolo e, poi aggiunse: <<Nella nostra civiltà occidentale, sarebbe considerato un pazzo e vivrebbe già rinchiuso in un manicomio!>>.

<<È pericoloso?>>domandai<<voglio dire, ha scatti d’ira o è innocuo?>>. Blonde mi guardò dolcemente poi, disse:

<< No, è buonissimo! Vede solo delle cose in cielo e afferma che sono meravigliose: pulsano e luccicano come stelle colorate per tutto il giorno e a lui piace molto stare a guardarle; così, rimane quasi l’intera giornata, seduto lì sulla spiaggia a fissare il cielo, che lui dice essere di un colore violaceo!>>. Lo guardavo compatendolo, ma non potei non fare delle similitudini con le visioni che solo io riuscivo a vedere; anch’io come lui ero considerato “uno che vedeva delle cose”, solo che non venivo servito e riverito; anzi ero stato allontanato da tutti coloro che mi conoscevano. Blonde aveva proprio ragione: io, come quel matto, per il mondo occidentale saremmo già al manicomio. Whilliam me lo diceva sempre che sarei finito lì se non mi fossi impegnato a liberarmi della “scimmia”, ma ora anche lui avrebbe saputo che non era per niente una paranoia maniaca ossessiva la mia: l’avrei condotto a Pyramid per fargli conoscere Blonde di persona.

Ad un tratto, un uomo che indossava solo una tela nei fianchi e un casco di piume in testa, si avvicinò a me strillando parole che non capivo. Non sembrava minaccioso ma anzi, preoccupato di qualcosa. Agitava un bastone che teneva in mano, ma non sembrava volesse colpirmi.

A prima vista pareva fosse lo stregone o il guaritore della tribù; ma, per quanto ne sapevo, poteva anche essere lo scemo del villaggio!  Blonde, mi si accostò come per proteggermi e rispose all’uomo nella stessa lingua. Il capo tribù lo allontanò garbatamente e poi, disse qualcosa rivolgendosi a noi, mentre faceva capire con i gesti, che dovevamo andar via.

Blonde mi tirò per un braccio e, raggiunti i cavalli che avevamo lasciato legati all’ingresso del villaggio, nei rami di alcuni alberi, salimmo in groppa e ci allontanammo spediti.

<<Cosa è successo?>>chiesi sbalordito e preoccupato per ciò che era accaduto.<<Erano così accoglienti all’inizio!>>esclamai<< perché si sono comportati in questo modo?>>.

Blonde, mi guardava anche lei molto perplessa, in viso; poi, rallentando la corsa del cavallo e accostandosi a me, disse:

<<Lo stregone del villaggio era preoccupato, vedendola. Ha affermato che lei è portatore di sventure e che presto, ci sarà una grande sciagura a Pyramid Lake e che lei, ne sarà la causa!>>.

Rimasi sbigottito per quelle parole, e fermai il cavallo tirando bruscamente le redini, poi chiesi: <<e lei ci crede?>>…