Category: Henry Dalton (MIniromanzo)


<< Quella fu la notte più luminosa che il Nevada ricordi da trent’anni a questa parte. Nessuno dimenticò l’evento straordinario, tutti i giornali del mondo ne parlarono. Una luce intensa aveva illuminato il cielo per diversi minuti e poi era svanita; gli scienziati supposero fosse un asteroide che era entrato nella nostra atmosfera, ma alcuni dicevano che era stato un ufo e che, come al solito, le autorità avevano messo a tacere la notizia. In molti, giuravano di aver visto quella notte un disco volante in fiamme cadere dal cielo, ma non erano stati creduti: per la stampa erano i soliti visionari. Anche gli indiani della riserva avevano detto di aver visto un oggetto luminoso che si era inabissato nelle acque del lago, ma non n’era stata trovata alcuna traccia dagli studiosi del campo che erano venuti a sondare i suoi fondali.

Io, non mi ero posta la domanda; mi ero limitata a sentire il telegiornale e a prendere atto di ciò che diceva, ma non m’importava nulla di sapere se l’umanità avesse rischiato un cataclisma, o se gli alieni fossero scesi sulla terra: per quanto mi riguardava, tutto ciò che parlava del resto del mondo era una cosa che non mi toccava; avevo già tanti di quei problemi per conto mio che non m’interessava di averne altri.

L’evento, pur essendo stato vicinissimo a me, non mi aveva sconvolto né preoccupata. Anzi, pensavo che se fosse arrivata la fine del mondo, avrei finalmente potuto raggiungere il mio amato consorte, il quale, era morto qualche mese prima, di cancro. Non ero riuscita a fare nulla per lui; l’averlo trasportato nei migliori centri di ricerca specializzati non avevano portato ai risultati sperati. L’unica cosa che potevo fare era quella di somministrargli la morfina per lenire i forti dolori che questa malattia gli provocava.

Quando vidi quell’oggetto che era spuntato nel cielo, ancora alto e luminoso come una stella, la cosa che mi venne in mente fu di esprimere un desiderio: quello di raggiungere il mio caro Feodor al più presto.

Non avevo mai creduto alle stelle e ai desideri espressi che si avverano fatti mentre queste cadano, ma da lì a qualche giorno parve che il mio, si stesse veramente realizzando…

Una sera mentre mi accingevo ad andare a dormire, una luce entrò nella mia stanza da letto. Rimasi stupita, perché non riuscivo a capire da dove provenisse. Mi accostai alla finestra per vedere di cosa si trattava e un forte calore penetrò il mio corpo facendomi stramazzare a terra. Ho creduto di morire, felice che il mio desiderio si stesse al fine avverando, ma dopo un po’ mi sentii piena di energie, con una forza addosso che non avevo mai avuto prima. Quando riaprii gli occhi vidi distintamente di fronte a me due angeli che emanavano una luce meravigliosa da tutto il corpo.

Questa luce, che dava sul verde smeraldo, si proiettava dentro la mia stanza, rendendola simile al paradiso. I due angeli si chinarono verso di me e, uno di loro stese la sua mano splendente e mi aiutò a rimettermi in piedi. Mi sollevò senza fatica alcuna, come se avessi per un attimo galleggiato nell’aria.

L’altro, senza neanche aprire la bocca o emettere alcun suono da essa, incominciò a parlare, dicendo che non avevo nulla da temere da loro e che erano venuti a portarmi pace e gioia. Li guardai esterrefatta e chiesi stupita con voce tremante, cosa volessero da me? Mi fu risposto che mi avevano scelta per aiutarli nella loro missione: la cattura di un essere malvagio che dovevano consegnare al “Supremo”. Li guardai ancora più meravigliata e chiesi perché avessero scelto proprio me, indegna della stessa vita che mi era stata donata? Risposero che avevano sentito il mio lamento e il mio dolore e che avevano costatato che io ero l’unica che potesse accettare quel gravoso incarico. Non aspettarono la mia risposta, scomparvero all’improvviso, preceduti da una luce che mi costrinse a chiudere subito gli occhi: quando li riaprii non c’erano più! Da quel giorno non ho più avuto l’uso dei miei occhi ma, in compenso, ho avuto un altro tipo di vista: quella di Dio! Incominciai ad avere delle predizioni che si sono sempre avverate e, sono convinta, che siano dovute all’incontro con quei due esseri celesti. Non so perché mi abbiano lasciato questo dono, ma credo che in parte sia stato perché dovevo aiutare lei a chiarirle i punti oscuri che la porteranno a catturare colui che i due angeli stanno cercando.

Fin dagli anni 70 ho avuto delle visioni che la riguardano, e da allora, non ho fatto che seguire la sua vita. So di sua moglie e della fuga dopo il tradimento. Di quanto lei abbia sofferto per questo e di come sia stato duro ricominciare senza di lei. Le assicuro che ogni cosa che accade in questo mondo, anche la cosa più brutta, ha una ragione che va al di là della nostra comprensione. Io credo che, solo accettandola con fede e coraggio, si possa capire perché Dio permetta che ciò accada.

"Ma cosa stava dicendo ??..cosa uscivano dalle sue labbra umide dal tanto parlare??..Mia moglie non mi aveva tradito….non mi aveva lasciato per fuggire con qualcunaltro!!Si stava sbagliando di grosso!! Gli e lo avrei detto non appena avrebbe finito di raccontare che aveva sbagliato la sua visione: mia moglie non mi aveva messo le corna! Non volevo interromperla perchè così mi aveva detto prima di iniziare, perciò frenai la mia lingua e seguitai ad ascoltare!

Evidentemente la donna della quale era innamorato non era fatta per un uomo di tal elevatezza come lei.

Se Dio ha permesso che rimanesse da solo è perché ha voluto regalarle di meglio e, non riesco a credere che abbia voluto il suo male ma, che invece abbia voluto donarle una donna migliore e, che questa, sia proprio la dolce Blonde!

Vedrà che un nuovo futuro prospero di felicità si prospetta per lei mio caro amico. Lo vedo già nel suo destino che l’amore vero è arrivato finalmente per lei e che, le donerà un’inaspettata e stupenda vita, insieme a questa donna. Ma deve stare attento ad una delle sue visioni che l’aiuteranno a non perdere questo suo nuovo grande amore. Quindi, stia attenta a ciò che le capiterà di vedere in una di queste: sarà un qualcosa che riguarda il futuro di Blonde, deve cercare di cambiare ciò che vedrà; deve fare in modo che ciò non accada. La sua vita è nelle sue mani.>>.

Al sentire quelle parole, mi ero molto preoccupato.

Che cosa sarebbe successo a Blonde di tanto grave?! Ero in fibrillazione, ma come avevo promesso all’anziana signora, non volli interrompere il suo racconto, così rimasi in silenzio e la lasciai continuare..


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<<Bene!>>rispose la vecchia signora <<La prima cosa che dovrà fare è quella di andare all’indirizzo che le ho fatto avere tramite Blonde dieci giorni fa e poi, dovrà agire in base a ciò che le prove che troverà lì, le richiederanno di fare!>>.

Non capii cosa volesse dire; era come una specie di messaggio sibillino: cosa avrei dovuto fare? La guardai in faccia, in quegli occhi che fissavano il vuoto senza vedere nulla. Il velo che li ricopriva sembrava come di cataratta cronica. Mi venne in mente ciò che Whilliam mi aveva detto riguardo alle visioni; della “scimmia” che si prendeva gioco di me facendomi impazzire, immaginando cose assurde e grottesche: come poteva essere quella situazione in fondo! Rividi il momento della scoperta che su quel foglio non vi era nessun indirizzo scritto con inchiostro e calligrafia che sembrava dell’ottocento; mi venne l’atroce dubbio che tutto era di nuovo frutto della mia mente malata. La mia mano incominciò a tremare e mi rammaricai di non aver preso le medicine quella mattina e di non aver portato con me la pillola che usavo di solito in quel caso.

Guardai fisso negli occhi Blonde la quale, accortasi che c’era qualcosa che non andava, mi prese la mano tenendola forte tra le sue e poi accarezzandola dolcemente.

Quel tocco mi fece riprendere. La sua pelle a contatto con la mia mi fece rendere conto che tutto quello che mi circondava era vero e, anche se non lo fosse stato, in quell’attimo avrei potuto accettare d’essere matto veramente, pur di sentire ancora il calore della sua carezza nella mia mano.

Il suo sguardo e il suo gesto mi ridiede la forza di reagire e presto la mano non tremò più. Portai la delicata manina di Blonde alle labbra e la baciai teneramente; le sussurrai <<Grazie infinite, blonde>>e poi, dissi a Madame Whitney:

<<lo sa che non ho trovato nulla scritto su quel foglio che mi ha fatto avere?>>. La donna sembrò allarmarsi e poi esclamò: <<Non può essere! Il mio inchiostro doveva durare una settimana e poi sparire, non ho mai sbagliato nella formula del preparato>>. E continuando: <<Blonde è partita subito dopo che gli e l’ho dato ed è arrivata da lei dopo sei giorni, così mi ha detto! Non è vero, mia cara?>>.

<<Si, certo!>>rispose mentre si chiedeva incuriosita cosa stessi combinando; lei sapeva bene che io l’avevo letto l’indirizzo, perché lo avevo fatto davanti a lei quella sera alla stazione!

<<Vede mio caro Rick? È vero che lei non lo ha più visto dopo, ma è solo perché la sostanza di mia invenzione che ho aggiunto all’inchiostro, provoca una reazione chimica dopo sette giorni, facendo scomparire la scritta e ogni traccia dalla carta>>. Fece una piccola pausa, poi disse:

<<Vedo che ancora lei non ha fiducia in me, non si sta abbandonando ciecamente!e, purtroppo, in questo caso non sarò in grado di aiutarla!>>. Si afferrò al ciondolo che teneva stretto in mano e continuò dicendo:

<<Avrei voluto dirle molte altre cose ma vedo che non è il caso…sarebbe bene finire qui la discussione, ma purtroppo non posso, perché non dipende da me; io avrei lasciato perdere tutto già da un pezzo ma, qualcun altro ha deciso altrimenti per lei e anche per me!>>. Si alzò in piedi e, allontanandosi dalla stanza disse di attendere due minuti il suo ritorno.

Io e Blonde ci guardammo negli occhi poi lei esclamò: <<Deve fidarsi di Madame Whitney, Rick!non è una donna che parla a vanvera; se le sta raccomandando di fare una cosa è solo per il suo bene gli e lo assicuro io che la conosco da anni ormai>>.

<<Certo! Lo farò!>>risposi, mentre cercavo di rimanere riflessivo e calmo. Adesso si spiegava l’assenza dell’indirizzo sul foglio che avevo mostrato a Whilliam quel giorno! Era stato l’inchiostro truccato di Madame Whitney: una sorta d’inchiostro simpatico!

Mi alzai dalla poltrona in cui ero seduto e mi diressi alla finestra. Il lago si vedeva in parte, coperto dalla fitta vegetazione che copriva la visuale. L’acqua, brillava alla luce del sole tanto da sembrare oro e, la piramide, che si riusciva a vedere in lontananza spuntare dall’acqua, sembrava piccolissima ed era a malapena distinguibile.

Il mio sguardo andò in basso verso il giardino della casa e, mi accorsi che, una marea di persone si era piazzata davanti all’ingresso, sistemandosi in piccole sedie che si erano portate dietro. Chiamai Blonde e le feci notare la cosa; lei per tutta risposta, disse:

<<Madame Whitney aiuta molta altra gente, non solo lei, gli e l’ho detto! Quelle, sono le persone che ogni giorno la buona donna accoglie cercando di dare un consiglio e un po’ di speranza per il loro futuro. Stanno tutti aspettando che si liberi con noi per poterle parlare. Non perdiamo altro tempo, la prego; hanno fatto molta strada a piedi per arrivare fin quassù; se non vuole seguire i suoi consigli allora salutiamola e andiamo via, sennò faccia presto ad ascoltare ciò che ha da dirle!>>.

<<Va bene>>risposi con voce roca <<non so perché ho avuto tutta questa resistenza ma…>>. L’arrivo di Madame Whitney interruppe ciò che stavo dicendo a Blonde.

La donna si muoveva con molta naturalezza all’interno della casa, come se non avesse bisogno degli occhi per passare da una camera all’altra. Era tornata con un vassoio e tre bicchieri di una bevanda dissetante preparata da lei stessa.

Poggiò il vassoio sul tavolino e si sedette sulla poltrona che prima aveva lasciato vuota.

 <<Spero che vi farà piacere bere qualcosa?è da molto che parliamo e ho la gola molto arsa. Il calore di oggi fa sembrare tutti un po’ nervosi, non trovate?>>.

<<Grazie, Madame Whitney>>esclamai <<lei è molto gentile. Mi scusi per prima è che sono così confuso che non so più che pesci pigliare….>>.

La donna sorrise alle mie parole poi, sorseggiando il liquido dal bicchiere che aveva preso dal vassoio, disse: << beva pure signor Dalton, abbiamo tempo per far sì che le cose che Dio vuole che accadano succedano veramente. Le racconterò la mia storia, cosi avrà più fiducia in me e potrà seguire i miei consigli con più serenità!>>.

<<Non è necessario>>risposi, sedendomi alla poltrona mentre sorseggiavo la bevanda dal sapore agrodolce<<se vuole possiamo continuare senza che lei debba farlo, così diamo spazio anche a coloro che aspettano giù, di parlare con lei?!>>.

<<No, andiamo avanti con la mia storia!>>ribadì la donna, risoluta <<è giusto che anche lei sappia perché si deve fidare di me, è una cosa lecita da parte sua! Ma le devo chiedere di non interrompermi mai, la prego!>>.

Poi, dando un altro sorso al bicchiere, poggiò le spalle sullo schienale, dicendo: <<Blonde puoi andare giù da quelle povere persone a dire che sarò a loro disposizione tra un po’?e prega con loro nel frattempo che parlo con Rick!.>>.

Guardai desolato uscire Blonde dalla stanza; avrei voluto che rimanesse ma, anche lei era risoluta a fare come Madame aveva chiesto. Tornai a seguire con attenzione ciò che l’anziana donna si apprestava a raccontare e, con il bicchiere in mano mentre sorseggiavo la bevanda, la vidi chiudere gli occhi facendosi seria e incominciare a narrare la storia sin dall’inizio…

Henry Dalton (18)

Dopo il mio primo imbarazzo, seguii subito a ruota Blonde che, nel frattempo, si era addentrata in casa.

Madame Whitney chiuse la porta dietro di se e ci raggiunse al piano superiore.

La casa era molto antica ma ben tenuta; non sembrava che fosse abitata da una persona cieca perché era molto pulita e le cose erano ben ordinate al loro posto.

<<Si sieda Rick!>>esclamò la vecchietta sorridendomi <<volevo proprio conoscerla di persona, anche se in realtà, non è che io possa vederla?! In ogni caso, sento la sua presenza vicino a me e questo, è come conoscerla no?!>>.

<<Il piacere è mio!>>esclamai, mentre sedevo sulla poltrona vicino al camino che mi trovai davanti, e continuai:

<<Ho sentito parlare molto bene di lei da Blonde ed è come averla conosciuta già; solo che non sapevo che lei fosse…non vedente!>>. Ebbi un po’ d’imbarazzato nel dire la parola “cieca”, così feci una piccola pausa e cambiai termine; cosa, che non passò inosservata alla vecchia signora che stava in piedi di fronte a me.

<<Può dire tranquillamente “cieca”, signor Dalton; infondo, usare l’altra parola, non mi farebbe tornare a vedere! Non trova?>>.

<<Mi dispiace, sono desolato d’averla offesa!>>esclamai addolorato, <<ma è la prima volta che conosco una persona cieca; mi perdoni Madame>>.

<<Non fa nulla, non si dia pensiero; in fondo, non mi sono offesa per niente! Volevo solo togliere lei dall’imbarazzo e invece, gliela sto mettendo, vero?>>. Rise divertita per la situazione che si era creata involontariamente e io risi con lei; anche Blonde, che si era tenuta in disparte dalla discussione, rideva rallegrata.

<<Bene!>>continuò, mentre prendeva posto proprio di fronte a me, sulla poltrona al di là del tavolino in noce dinanzi al camino<<ce n’è voluto per arrivare di nuovo a Pyramid Lake! Vero? Adesso il suo amico le crede finalmente?>>.

<<Whilliam!>> Esclamai mettendo una mano sulla fronte<<ho dimenticato di chiamarlo!>> Guardai l’orologio appeso alla parete dietro alla donna: erano le 8:45. Whilliam avrebbe atteso inutilmente il mio arrivo allo studio: dovevo avvisarlo al più presto che mi trovavo in Nevada, altrimenti si sarebbe allarmato per la mia scomparsa. <<Madame Whitney, ha un telefono? Vorrei chiamare un amico per dirgli che sono qui!>>.

La donna mi sorrise scotendo il capo. Dun tratto mi resi conto che lei questo non poteva saperlo!; come faceva a conoscere Whilliam e la sua ritrosia a credermi?

<<Non si preoccupi!>>esclamò, mentre si toccava il ciondolo che teneva appeso alla collana che portava al collo<<il suo amico non avrà nessun problema a rinunciare alla seduta di oggi!>>. Non avevo capito molto bene la sua affermazione, ma lasciai perdere la domanda che avrei voluto farle. La donna, aveva continuato annunciando che, se avessi avuto fiducia in lei, avrei sconfitto veramente ciò di cui avevo sofferto in questi mesi, ma che avrei dovuto affidarmi ciecamente: tanto quanto lo era lei.

Detto ciò, si era fermata nell’attesa di sentire la mia risposta che tardava ad arrivare: avevo creduto che scherzasse in un primo momento, poi vedendo che era seria in viso, capii che non aveva affatto voglia di scherzare.

<<Lei conosce le mie sofferenze?>>chiesi sbalordito.

<<Io so molte cose su di lei, più di quanto ne sappia lei stesso!>>sentenziò, come nascondendo chissà quali tremendi segreti io potessi avere.

Guardai Blonde, seduta vicino a me, che mi fissava con i suoi occhi neri e tristi, incitandomi a fidarmi della donna così come mi aveva chiesto. <<Si! D’accordo>>risposi <<mi fiderò di lei ciecamente! Farò quello che mi dirà senza obbiettare!>>.

 

La ragazza mi guardò fisso negli occhi, poi rispose:

<<Quella gente è stata mia amica da quando ero bambina. Conoscevano mio padre molto bene e, proprio lo stregone che gli ha gridato dietro, ha salvato mio padre da una malattia al fegato, curandolo alla vecchia maniera degli stregoni Shoshoni. Devo molto a loro, mi hanno ridonato mio padre per altri 11 anni e non avrò l’intera vita per poterli ringraziare. Se quell’uomo ha sentenziato in questo modo, credo che qualcosa di negativo debba veramente succedere con la sua venuta qui in Nevada, ma non so dirle perché, o cosa fare. Chiederemo a Madame Whitney se ha una spiegazione per tutto questo: infondo, è stata lei a farla venire qua e, con l’aiuto dei suoi angeli, saprà darci una spiegazione alla cosa>>.

Annuii col capo senza dire una parola e rimanemmo in silenzio per tutto il tragitto che ci condusse fino ai piedi delle Virginia Mountains. Il sole era alto nel cielo ormai; si erano fatte le 8:00 e il caldo cominciava a farsi sentire.

Avevamo percorso chilometri, costeggiando la sponda del lago e avevo notato, prima di iniziare i 6 chilometri di cammino verso i piedi della montagna, una costruzione fatta interamente di tavole di legno, che si trovava proprio sull’acqua. Non chiesi nulla a Blonde di cosa fosse ma, era chiaramente un’opera europea che non aveva niente a che vedere con la riserva indiana e gli indigeni, visti al villaggio di Sutcliffe. C’era qualcosa che mi sembrava familiare in quella costruzione, ma non ci badai molto; al momento avevo altro a cui pensare. Presto avrei conosciuto Madame Whitney e non vedevo l’ora di avere altre informazioni su di lei e, perché no?anche su di me!: dato che sapeva così tante cose che mi riguardavano, avrebbe potuto rivelarmi la causa delle mie visioni oltre a darmi indizi sull’assassino di New York.

Il pendio delle montagne era inizialmente molto leggero da far fare ai cavalli, ma man mano che si proseguiva nella salita, questi stentarono a farcela; così proseguimmo a piedi, portandoli lentamente dietro di noi, con le redini.

La stradina divenne un piccolo sentiero e, dietro un bosco di piante caratteristiche della zona, apparve pian piano una casa stile coloniale che si stagliava maestosa in tutta la sua austerità davanti ai miei occhi curiosi e stanchi.

<<Eccoci arrivati!>>esclamò Blonde mentre accarezzava il cavallo che teneva stretto alle redini<<ora conoscerà Madame Whitney; potrà sapere tutto ciò che le aspetta nel suo futuro>>. Fece una piccola pausa e poi continuò: <<diremo anche ciò che è capitato al villaggio ma aspetti che sia lei a parlare di ciò che vorrà, solo dopo inizieremo il discorso, ok?>>. Annuii mentre asciugavo il sudore dalla fronte. Arrivati proprio davanti l’uscio della casa, Blonde bussò tre volte alla porta e, dopo solo pochi secondi, questa si aprì e un’anziana vecchietta dall’aria mite e benevola, apparve ai nostri occhi.

<<Bene arrivati finalmente! Vi aspettavo, entrate!>>.

Blonde, si buttò nelle sue braccia e la donna la strinse forte a se, dicendo: <<che bello poterti riabbracciare, piccola mia!>>.

Fui un po’ geloso di quell’abbraccio, avrei voluto essere io a stringerla così forte a me, dicendole quelle dolci parole. Avrei mai avuto l’occasione per farlo prima o poi?

Le due donne si staccarono e Blonde, giratasi verso di me, mi presentò all’anziana signora, dicendo: <<questo è Rick Dalton, Madame>>.

<<Lo so, lo so piccola! Benvenuto mio caro Henry, entri pure!>>.

Stesi la mano per presentarmi ma la donna non ricambiò il gesto: mi accorsi con stupore che era assolutamente cieca!

henry dalton (16)

Uscendo dalla scuderia, mentre facevamo il tragitto che ci conduceva in casa, le annunciai che era da parecchio tempo che non cavalcavo, e non ero sicuro di potercela fare. Consigliai di andare da Madame Whitney con la macchina che avevo noleggiato a Reno e che così saremmo anche arrivati molto prima. La ragazza, con un enorme sorriso mi guardò in faccia e, con tono divertito, mi disse che non avrei dovuto aver paura, sarebbe stato il cavallo a fare tutto, e che io mi sarei dovuto limitare a rimanerci seduto sopra; e, man mano che lo avrei cavalcato, mi sarei ricordato di come si faceva. Aveva aggiunto, che per arrivare prima era meglio usare il cavallo anziché la macchina, e poi voleva farmi vedere alcuni posti che, con questa, sarebbe stato difficile raggiungere.

Entrammo in casa e, iniziammo a fare colazione con tutto il ben di Dio che Blonde aveva preparato. Mentre mangiavo le uova strapazzate con bacon, chiesi dove abitasse la donna che saremmo dovuto andare a trovare?e lei mi rispose che non era molto distante: a cavallo ci sarebbe voluto all’incirca un’ora. Stava vicino al lago, in una casa arroccata sulle Virginia Mountains, raggiungibile tramite una impervia stradina in salita che avremmo dovuto percorrere a piedi per non affaticare i cavalli. 

Finita la colazione Blonde, mi procurò dei vestiti adatti al nostro viaggio: mi diede dei vestiti che erano stati di suo padre. Dei geans sbiaditi ma molto resistenti…con una camicia a quadri di colore blu mare! Un paio di stivali che mi calzavano a pennello, e un capello a falde larghe: proprio uno di quelli stile far west!

Accettai il prestito un pò divertito e mi vestii di corsa.

Blonde, prima di partire si era raccomandata con Ramon di far rientrare i cavalli nell’enorme recinto all’aperto dietro la scuderia, e di abbeverarli abbondantemente non appena sarebbero passate almeno tre ore dalla libera cavalcata.  Alla fine lo salutammo e, a trotto, ci dirigemmo verso Piramid Lake.

Erano moltissimi anni che non cavalcavo e il riprendere le redini in mano mi aveva portato alla memoria il ricordo di quando da ragazzo, assieme al mio stallone Lampo, trascorrevo le giornate più belle della mia adolescenza.

Non ci volle molto a riprendere dimestichezza con l’animale; Blonde aveva ragione: bastò poco per riavere la padronanza della guida e poi, il bellissimo esemplare che mi trasportava, era molto docile e obbediente così da poter anche galoppare senza nessun problema.

Arrivammo a Pyramid Lake verso le 6: 30.

Era la prima volta che riuscivo finalmente a vedere quel lago: era enorme, tanto che non se ne vedeva la fine. In un punto a sud di questo, vi era una montagna che spuntava dalle acque e che aveva una strana forma di piramide. Blonde affermò che era quella strana protuberanza a dare il nome al lago, e che aveva ispirato la città ad accoglierla come emblema, facendolo scolpire sulle montagne vicine: era la  piramide con sopra la scritta “Pyramid Lake” che avevo visto alla stazione ferroviaria! Non avevo fatto caso alla scritta perché era consumata ed illeggibile, solo la piramide era rimasta ben conservata.

I cavalli si abbeverarono alle sue acque e anche noi ci dissetammo sulle sponde di quel meraviglioso lago dolce. Blonde, volle farmi vedere Sutcliffe, una piccola riserva indiana proprio nelle rive del lago che si trovava a pochi trotti da lì, così andammo a fargli visita. Ci fermammo per poco tempo ma ebbi modo di apprezzare l’ospitalità indiana. Erano Shoshoni, vivevano lì da secoli, fin dapprima della venuta degli spagnoli nel nuovo mondo; poi, era divenuto territorio degli stati uniti d’america, e successivamente riserva indiana. Tutto il lago lo era: apparteneva a loro, in pratica, da sempre.

Blonde aveva un ottimo rapporto con quegli indigeni, era considerata come una della tribù. Fummo accolti con festeggiamenti e grida di gioia. Blonde, mi presentò pomposamente e, come benvenuto, mi fu messo al collo dalle donne che si accalcarono intorno a me, una collana di piccole piume variopinte: imbarazzato, ringraziai per il loro dono mentre Blonde, sorrideva sotto i baffi.

Il capo tribù, che si era avvicinato a me mettendomi una mano sulla spalla, mi aveva chiamato con l’appellativo di “Uomo dal naso importante”, lo seppi da Blonde che conosceva bene la loro lingua e ne fui un po’ seccato ma, non lo feci notare ai presenti, per non offenderli.

In realtà non sembravano dei veri indiani così come li conoscevo io tramite i telefilm in tv; avevano mantenuto le loro tradizioni e costumi, ma molti avevano anche abiti occidentali che facevano capire che la tecnologia era arrivata anche in quel posto sperduto.

Vidi un individuo, quasi completamente nudo, seduto sulla spiaggia che fissava il cielo mostrando un volto estasiato. Chiesi a Blonde cosa stesse facendo e lei mi rispose che era un uomo considerato sacro perché vedeva cose che gli altri non riuscivano a vedere; questo era servito e riverito da tutto il popolo e, poi aggiunse: <<Nella nostra civiltà occidentale, sarebbe considerato un pazzo e vivrebbe già rinchiuso in un manicomio!>>.

<<È pericoloso?>>domandai<<voglio dire, ha scatti d’ira o è innocuo?>>. Blonde mi guardò dolcemente poi, disse:

<< No, è buonissimo! Vede solo delle cose in cielo e afferma che sono meravigliose: pulsano e luccicano come stelle colorate per tutto il giorno e a lui piace molto stare a guardarle; così, rimane quasi l’intera giornata, seduto lì sulla spiaggia a fissare il cielo, che lui dice essere di un colore violaceo!>>. Lo guardavo compatendolo, ma non potei non fare delle similitudini con le visioni che solo io riuscivo a vedere; anch’io come lui ero considerato “uno che vedeva delle cose”, solo che non venivo servito e riverito; anzi ero stato allontanato da tutti coloro che mi conoscevano. Blonde aveva proprio ragione: io, come quel matto, per il mondo occidentale saremmo già al manicomio. Whilliam me lo diceva sempre che sarei finito lì se non mi fossi impegnato a liberarmi della “scimmia”, ma ora anche lui avrebbe saputo che non era per niente una paranoia maniaca ossessiva la mia: l’avrei condotto a Pyramid per fargli conoscere Blonde di persona.

Ad un tratto, un uomo che indossava solo una tela nei fianchi e un casco di piume in testa, si avvicinò a me strillando parole che non capivo. Non sembrava minaccioso ma anzi, preoccupato di qualcosa. Agitava un bastone che teneva in mano, ma non sembrava volesse colpirmi.

A prima vista pareva fosse lo stregone o il guaritore della tribù; ma, per quanto ne sapevo, poteva anche essere lo scemo del villaggio!  Blonde, mi si accostò come per proteggermi e rispose all’uomo nella stessa lingua. Il capo tribù lo allontanò garbatamente e poi, disse qualcosa rivolgendosi a noi, mentre faceva capire con i gesti, che dovevamo andar via.

Blonde mi tirò per un braccio e, raggiunti i cavalli che avevamo lasciato legati all’ingresso del villaggio, nei rami di alcuni alberi, salimmo in groppa e ci allontanammo spediti.

<<Cosa è successo?>>chiesi sbalordito e preoccupato per ciò che era accaduto.<<Erano così accoglienti all’inizio!>>esclamai<< perché si sono comportati in questo modo?>>.

Blonde, mi guardava anche lei molto perplessa, in viso; poi, rallentando la corsa del cavallo e accostandosi a me, disse:

<<Lo stregone del villaggio era preoccupato, vedendola. Ha affermato che lei è portatore di sventure e che presto, ci sarà una grande sciagura a Pyramid Lake e che lei, ne sarà la causa!>>.

Rimasi sbigottito per quelle parole, e fermai il cavallo tirando bruscamente le redini, poi chiesi: <<e lei ci crede?>>…

 

Uscimmo dalla vecchia casa e ci dirigemmo verso un enorme casolare che s’intravedeva nel buio, in lontananza. La luna piena di quella stupenda sera, illuminava i nostri passi che ci portarono in un’enorme scuderia dove si trovavano decine di cavalli purosangue i quali, rimanendo in piedi, dormivano tranquilli.

<<Eccoli!>>esclamò sottovoce Blonde facendo segno verso di loro <<che ve ne pare?>>.

Erano degli stupendi cavalli, ben curati e tenuti come veri campioni di purezza. Risposi che ero veramente estasiato da quella visione e che le riconoscevo il merito dell’ottimo risultato perché sapevo che, senza amore, quel traguardo non si sarebbe potuto ottenere      ;quindi, le feci i complimenti per tutto l’amore che aveva saputo dargli facendoli crescere così bene poi, aggiunsi:<<Quando ero bambino, vivevo con i miei genitori in una fattoria molto più piccola della sua Blonde, e qui avevamo un cavallo che avevo visto nascere. Era un bellissimo cavallo bianco che io chiamai Lampo. Mio padre m’insegnò che, solo amando gli animali si poteva avere da loro il massimo e che, sarebbero cresciuti rigogliosi e forti, solo dandogli l’attenzione e l’affetto che essi stessi richiedevano. Mi aveva spiegato che tutte le cose avevano bisogno d’amore e attenzione: gli uomini come gli animali o le piante, e gli stessi ortaggi che lui coltivava con tanta pazienza… Vedo che anche lei ha lo stesso amore che metteva mio padre nelle cose della sua fattoria.>>.

<<Già è vero!>>rispose la ragazza che mi aveva ascoltato con attenzione<<credo che senza amore certe cose non si possono fare; senza la passione, niente va a buon fine!

Ha ragione suo padre!: L’amore per ciò che si fa, porta buoni frutti e i risultati ripagano la fatica che si è elargita con tanta passione!>>.

Sorridemmo entrambi guardandoci negli occhi poi, uscimmo dalla scuderia, chiudendo lentamente la porta senza fare rumore.

Il cielo era stellato come non mai quella notte e, la luna, risplendeva alta nel cielo con i suoi raggi chiari che illuminavano i nostri visi ormai stanchi. Si era fatto tardi, era quasi mezzanotte, ma io avrei voluto che quella conversazione non finisse mai. Arrivati davanti casa, Blonde mi invitò a dormire nella rimessa: aveva preparato un giaciglio per me quella notte, in previsione del mio arrivo; così, ci augurammo la buonanotte e andammo a letto, dandoci appuntamento per andare da Madame Whitney, l’indomani mattina presto.

Entrai nella rimessa e vidi quel luogo che conoscevo bene, seppur lo avessi visto solo per pochissimo tempo e al buio. Trovai il letto fatto di paglia su una pedana di legno poco distante dalla porta d’ingresso e mi ci adagia sopra, eccitato dal pensiero di aver verificato, che ciò che doveva essere solo il frutto della mia malattia, era in realtà, tutto vero!

Fu l’emozione più forte che avessi mai provato dopo la nascita di mio figlio George e, soprattutto quel sentimento che provavo per Blonde, era più grande dello stesso amore che avevo avuto agli inizi per Claudia, mia moglie. 

Dormii profondamente e a lungo, senza nessun incubo. La mattina dopo, il canto del gallo mi svegliò alle prime luci dell’alba, facendomi gioire per essermi ritrovato in quella vecchia e squallida rimessa che per Whilliam doveva essere solo un’allucinazione della mia paranoia maniaco-ossessiva.

Uscii lentamente dalla baracca mettendo le mani davanti agli occhi per ripararmi dalla luce che il sole, appena sorto all’orizzonte, indirizzava verso di me riscaldandomi da quell’umida notte.

Mi diressi verso la casa e mi resi conto che era veramente ridotta male, così come aveva detto Blonde la scorsa notte. Vidi più ad est, ad un centinaio di metri, una casa in costruzione: era quella di cui lei aveva parlato entusiasta. Poco più in là, dei cavalli correvano liberi nel prato; erano stati fatti uscire dalla scuderia che ora, mi accorgevo, essere aperta. Forse Blonde era là a prendersi cura di loro e non mi aveva svegliato perché ancora molto presto?!

Mi diressi verso la costruzione la quale, mi parve più grande della notte prima, ed entrai spedito all’interno. Vidi un uomo che strigliava uno dei sei cavalli che erano chiusi dentro i box laterali, e sembrò non accorgersi di me. Lo chiamai, ma non rispose. Mi preoccupai seriamente; per un attimo ebbi paura che stessi avendo lo stesso tipo di esperienza che avevo avuto sul treno quella volta e che quindi avevo nuovamente immaginato tutto, anche la notte prima con Blonde. Dun tratto mi sentii chiamare da dietro; mi voltai e vidi il volto sorridente di Blonde che mi fissava divertita: <<non riuscirà ad avere risposta se continua a parlargli da dietro, è sordo! Non ha sentito nulla di ciò che gli ha detto; deve fargli vedere le labbra, sennò non le può dare retta>>.

Era bellissima nella sua tenuta da cavallerizza e il cappello che teneva in testa la rendeva terribilmente affascinante.

<<Ciao Blonde!>> esclamai vedendola sorridente mentre si avvicinava a me. <<Sono contento di vederti, sei veramente bella oggi!>>.

La donna sembrò turbata da quell’affermazione e abbassò lievemente lo sguardo, mentre con una mano, si aggiustava il cappello.

Mi resi conto solo dopo della mia gaffe, le avevo dato del tu, senza badarci e gli avevo fatto un complimento troppo intimo per una persona estranea come me; ma io oramai l’amavo veramente e non mi ero accorto di essermi preso troppa confidenza.

L’amore è veramente stupido!”imprecai a me stesso, mentre cercavo di pensare a cosa dire per cambiare discorso e non metterla ulteriormente a disagio.

<<Pensavo di trovarla qui!>>esclamai, cercando di mostrare un viso indifferente<<avevo visto la porta aperta e… sono entrato!>>.

<<Bhe, io sono stata qui poco fa!>>rispose, Blonde timidamente; << poi, sono andata in casa a cambiarmi e a preparare la colazione per entrambi. L’ho chiamata ma non c’era nella rimessa quindi ho pensato fosse qui?!>>. <<Già!>>dissi <<la stessa cosa che ho pensato io!>>.

Che stupidaggine che le avevo detto! Mi sentivo così strano e impacciato. Sembravo uno scolaretto al suo primo innamoramento eppure ne avevo avuto di ragazze prima di sposare Claudia; come poteva essere che all’età di 40 anni fossi diventato così rimbambito?

Blonde riuscì a spezzare l’imbarazzo che si era creato in quel momento e, toccando sulla spalla l’uomo che strigliava il cavallo poco distante da noi, mi disse<<Rick, le presento Ramon, il mio aiutante>>.

L’uomo si voltò verso di noi e, leggendo le labbra di Blonde, mi strinse forte la mano in segno di saluto, che io ricambiai altrettanto energicamente.

Dopo le presentazioni, Blonde chiese all’uomo di sellarci due cavalli e prepararli per l’uscita tra un a mezz’ora esatta; poi, girandosi verso di me, m’invitò ad andare in casa a fare colazione.

Continuammo il desinare chiacchierando piacevolmente per tutto il tempo e mi resi conto che, quella ragazza era simpatica e molto cordiale e che, il mio cuore, era veramente consacrato a lei. Ero estasiato nell’ascoltarla, mentre mi raccontava com’era riuscita da sola a mandare avanti la fattoria. Il padre, il fattore che mi aveva puntato il fucile quella volta che ero uscito dalla rimessa, era morto, anni addietro, e lei si era ritrovata a mandare avanti la fattoria senza l’aiuto di nessuno.

<<È stata veramente dura>>disse, mentre terminava di mangiare la sua zuppa di verdure<<ma sono fiera di avercela fatta! Madame Whitney mi è stata molto vicina in quel periodo e mi ha dato un aiuto morale non indifferente: quando mio padre morì, mi stette accanto e spesso, venne anche a darmi una mano, badando agli animali della fattoria. Credo che senza di lei non ce l’avrei mai fatta! Poi ci fu la partenza inaspettata di Mister Malcon che mi lasciò i suoi cavalli e, allora, la mia vita cambiò. Da quel momento li ho allevati come miei e si sono moltiplicati nel giro di pochi anni. Con la loro vendita ho potuto ingrandire la stalla e ora ho una scuderia che mi rende molto bene; sto costruendo una nuova casa più ad est e non vedo l’ora che sia terminata: mi trasferirò non appena finita, questa cade a pezzi!>>.

L’avevo ascoltata in silenzio mentre mi narrava quella triste storia poi, dissi:

<<Mi dispiace per suo padre e per tutto quello che ha dovuto passare in questi anni ma sono lieto che sia stata capace di vincere la “battaglia della vita”. Credo che lei sia una ragazza in gamba, me ne sono accorto non appena l’ho vista la prima volta, quando era ancora una bambina >>.

La guardai, accennando ad un sorriso mentre la fissavo teneramente negli occhi neri e tristi che mi guardavano riconoscente per ciò che avevo appena detto; poi, si alzò dal tavolo e prese la caffettiera che si trovava sul fuoco. Versò il caffè nella tazza che mi aveva posto davanti, dopo aver tolto il mio piatto e, mentre versava il nero liquido, disse: <<Lei è molto gentile Rick, anch’io ho sempre pensato la stessa cosa di lei quando l’ho vista la prima volta nella rimessa e mi ha molto impressionato il coraggio che ha dimostrato davanti il fucile di mio padre puntato su di lei; non ha avuto paura davanti al pericolo e ha continuato a restare impavido per tutto il tempo. Questo ricordo di lei mi è rimasto sempre impresso e, in tutti questi anni, l’ho sempre ricordata associandola al coraggio degli eroi che vedevo in tv>>.

Sorseggiando il caffè, Blonde mi guardava dietro la tazza che teneva in mano e i suoi occhi mi sembravano così penetranti, da farmi perdere totalmente la testa. Mi ero veramente innamorato di quella donna, tanto che non pensavo di poter fare più a meno di lei nella mia vita.

Per distogliere il pensiero da ciò che provavo nei suoi confronti, chiesi cosa ne fosse stato di Mister Malcon?e lei, mi rispose con voce sempre più suadente:<<Nessuno sa bene dove sia andato, ma molti furono contenti della sua partenza: andando via non si fece più sentire per avere l’affitto delle fattorie, e così i contadini avevano finalmente fatto un sospiro di sollievo, risparmiando quelle somme di denaro che gli erano tornati utili per sopravvivere al gelido inverno che si prospettava quell’anno.

Madame Whitney afferma che quell’uomo è condannato ad un castigo tremendo, ma non ha voluto mai dire perché pensasse una cosa del genere. Io non avevo la medesima idea su quell’uomo; infondo era stato sempre gentile con me e mio padre, e non mi aveva mai dato motivo di pensare che fosse così freddo e spietato come molti in città dicevano.

Sapevo comunque che Madame Whitney non sbagliava mai sulle sue supposizioni così, da quando mio padre morì avevo fatto di tutto per non frequentarlo. Veniva ogni settimana alla fattoria per cavalcare i suoi purosangue e io tentavo di non farmi mai trovare, ma un pomeriggio, dopo aver solo guardato i cavalli, venne da me e mi disse che sarebbe dovuto partire lontano e che voleva che i suoi cavalli restassero lì, sotto le mie cure. Prima di andar via mi disse che li potevo tenere per sempre. Non so, mi è parso così strano, sembrava che non fosse più lui: come poteva separarsi dai suoi cavalli? Teneva troppo a quelle bestie, e la cosa mi sembrò talmente assurda che non ci volli credere in un primo momento; poi, quando si seppe che era partito veramente, accettai la cosa come vera. Fu una gioia confermare che ero divenuta proprietaria di splendidi cavalli purosangue!>> e, alzandosi dalla sedia, dopo aver appoggiato la tazza di caffè vuota sul tavolo, disse:       <<Venga, glieli mostro!>>.

<<Volentieri!>> risposi, seguendo il suo gesto.

Mi salutò com’era solito fare, abbracciandomi con forza e vigore. Mi diede appuntamento per l’indomani alla stessa ora, ed io uscii mostrando un falso sorriso sulle labbra per non fargli sospettare nulla di ciò che, da lì a poco, avrei fatto: sarei andato a Piramid quella stessa giornata per verificare l’esistenza di quell’immagine, poi, se non l’avessi trovata, sarei ritornato a New York finalmente convinto della mia malattia, e non avrei mai più fatto nulla che potesse discostarsi da ciò che Whilliam mi suggeriva di fare!

Avrei comunque portato con me le pillole raccomandate da lui per la mia paranoia maniaco-ossessiva, e non avrei mai più camminato senza di esse!!

Uscito dallo studio, mi diressi subito a casa; preparai una ventiquattrore, mettendoci dentro solo le cose di prima necessità e, poi, salii sul taxi che mi aspettava sotto casa e chiesi all’autista di portarmi di volata all’aeroporto!

Volevo fare in fretta, per non mancare alla seduta dell’indomani con Whilliam; non volevo fargli capire che i suoi sforzi per aiutarmi, per ora, erano stati vani; quando sarei arrivato a Piramid Lake, verificando che non vi fosse nulla su quelle montagne, sarei tornato indietro senza dirgli cosa avevo fatto quel giorno; ma se, invece avessi visto l’immagine della piramide, al mio ritorno gli avrei raccontato tutto e, questa volta, lo avrei portato con me a verificare di persona che la mia visione era vera!!

L’aereo partiva alle 10 e 30. Avevo trovato l’ultimo biglietto disponibile e mi considerai veramente fortunato.

Sarei arrivato a Reno, una piccola città a 45 chilometri da Piramid, dopo un volo di sette ore e, considerando che vi erano tre ore in più di differenza di fuso orario, sarei arrivato alle 20: 30; poi da lì avrei affittato una macchina per arrivare a Piramid Lake e, se la piramide non c’era, avrei ripreso subito l’aereo per New York; ma, se invece tutto non era frutto della mia mente malata, avrei raggiunto Blonde nella sua fattoria. In cuor mio speravo di rivederla e poter risentire la sua dolce voce; il sentimento che provavo per lei non poteva essere inventato, io l’avevo vista veramente!!

Durante il volo, mentre ero seduto sul sedile dell’aereo guardando un film, ripensavo alle parole di Whilliam che mi diceva di "impegnarmi a chiudere in gabbia quella scimmia che mi prendeva in giro", ma allo stesso tempo, avevo dinanzi il viso di Blonde che mi sorrideva e m’incitava ad andare avanti in ciò che stavo facendo.

Guardavo le immagini sul piccolo schermo, senza seguire effettivamente la storia e, pian piano, mi addormentai; dormii per tutto il viaggio e, prima che fossimo in fase di discesa all’aeroporto di Reno, la voce dell’hostess mi svegliò, annunciando ai passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza. Avevo dormito per ben sei ore e, adesso, mi sentivo veramente riposato! Mi trovai all’uscita d’imbarco con il mio piccolo bagaglio; feci una rapida cena al bar che vidi davanti a me e, subito dopo, m’incamminai verso l’uscita.

Proprio fuori dell’aeroporto vi era un’agenzia di macchine a noleggio; ne scelsi una e presi la direzione di Piramid Lake!

Guidai per circa un’ora e, alla fine, giunsi alla stazione ferroviaria che avevo visto nella mia “allucinazione”. Fissai le piccole montagne che vedevo di fronte a me: erano le stesse!! Vidi chiaramente la Piramide incisa in una di esse!!

Non era stato dunque un’allucinazione la mia; avevo veramente vissuto quell’esperienza andando nel passato! Ciò che avevo davanti a me lo accertava senza più dubbi! Fui risollevato da questo, e non vedevo l’ora di condurre Whilliam a verificare di persona! Gli avrei telefonato per dirgli di raggiungermi lì e di tenersi forte per ciò che avrebbe visto! Senza indugiare ulteriormente, mi diressi a Piramid, cercando di rifare la stessa strada che ricordavo aver percorso quando Malcon Max mi aveva dato lo strappo alla stazione. Giunsi alla fattoria che era già sera inoltrata: il mio orologio segnava le 22: 30.

Non appena vidi la fattoria, i ricordi di ciò che avevo vissuto lì, tornarono vividi nella mia mente. Rividi la bambina, la mia dolce Blonde, che apriva la porta della rimessa e fuggiva impaurita; e poi il fattore, che mi puntava il fucile addosso, minaccioso; Mister Malcon con la sua tenuta da cavallerizzo, arrivare sulla sua mercedes nera e poi montare sui suoi cavalli purosangue: erano tutte cose che avevo vissuto realmente, ora, n’ero certo al cento per cento!!

Era tutto buio nella fattoria, solo una fievole luce appariva da una delle finestre che davano sulla verandina dell’ingresso. La seguii, con il cuore che mi batteva forte in gola: avrei visto la dolce e timida Blonde, aprirmi sorridente la porta, entusiasta di rivedermi? Questo, era ciò che io speravo fortemente nel profondo di me stesso e, senza indugiare ulteriormente, andai a bussare alla porta.

Feci appena il gesto di sbattere il pugno sulla porta, quando questa, si aprì lentamente e il volto amato di Blonde apparve davanti a me all’improvviso. <<Rick? E’ lei?che piacere rivederla, non ha perso tempo a farmi visita!>>esclamò la ragazza, piacevolmente sorpresa di vedermi lì a quell’ora della sera.

<<Buonasera signorina Blonde>> strepitai,

emozionantissimo di verificare che la donna non era il frutto della mia mente malata<< non vedevo l’ora di cavalcare i suoi cavalli!>>esclamai, mentendo spudoratamente.

La ragazza sorrise mentre mi stendeva la mano per stringerla e poi mi fece segno di entrare in casa.

<<Mi scuso per essere arrivato a quest’ora tarda>>dissi, entrando nell’accogliente cucina che mi si parò davanti.

<<ma non avevo considerato il fuso orario tra New York e il Nevada!>>. Speravo che quella giustificazione fosse bastata per non insospettirla del mio arrivo improvviso.

<<Non c’è nessun problema!>> ribatté Blonde, <<quest’ora della sera è l’ideale per accogliere gli amici!; e poi, sapevo che sarebbe venuto, madame Whitney me lo aveva comunicato questa mattina!>>.

<<Sapeva che sarei venuto?>>chiesi stupito per ciò che sentivo.

<<Si certo!l’ho incontrata stamani e mi ha detto che lei è molto confuso e disorientato e che ha bisogno del suo aiuto. L’aspetta domani a casa sua per darle informazioni sull’assassino e tutto l’aiuto di cui avrà bisogno!>>.

La guardai stupito e chiesi come poteva sapere tutto di me quella signora? Blonde, mi rispose che non c’era niente che Madame Whitney non sapesse; per lei, non vi era nulla di nascosto e niente che non potesse prevedere prima che accadesse: molte persone andavano da lei per consigli sul loro futuro e lei glieli dava senza nessuna ricompensa in cambio: era considerata come una grande benefattrice da tutte le città vicine ed era sempre piena di gente che le chiedeva aiuto.

Blonde mi aveva fatto accomodare sulla sedia della piccola tavola imbandita; stava cenando e volle che io partecipassi alla cena con lei. Avevo già mangiato, ma accettai di buon grado, in fondo avevo solo preso due panini all’aeroporto e ora, avevo di nuovo fame…….

 

<< La piramide mi porta alla mente la perfezione. Il calcolo matematico perfetto che unisce la terra al cosmo. Si, perché la base della piramide, la sua area, è esattamente un multiplo della superficie del sole, e l’altezza, lo è della distanza effettiva tra la terra e la luna; e poi, mi ricorda ciò che ho letto tempo fa e visto anche in tv, dove si diceva che sia stata costruita dagli alieni e che la usassero come una sorta di nave volante per far si che il re, figlio del cielo, potesse tornare nel luogo dal quale era venuto, e cioè: la costellazione di Orione. Molti hanno visto nelle piccole fenditure che partono dalla stanza del re, dove si trovava il sarcofago del faraone, una specie di indicatore della direzione che il re, una volta morto, avrebbe dovuto prendere per tornare nel suo luogo d’origine: queste sono direzionate proprio verso quella costellazione. Inoltre si dice che, l’interno della piramide sia una specie di luogo a temporale, dove tutto ciò che vi è all’interno si mantiene inalterato nel tempo o addirittura, torni al suo stadio primordiale, in pratica, a quando era nuovo: come ad esempio le lamette da barba che tornano perfettamente affilate, o la carne che non deperisce ma resta come appena tagliata. La piramide è un accumulatore di forza cosmica che può permettere anche viaggi nel tempo e che, sicuramente, il faraone faceva abitualmente durante il suo periodo di vita terrena.>>.

Dicendo queste cose mi ero stupito da tutto ciò che sapevo sulle piramidi e, mi chiedevo, come avessi fatto a dimenticare di averli sentiti in tv.

Attesi calmo che Whilliam parlasse e, l’immagine della piramide, rimase davanti ai miei occhi fino a quando non sentii la sua voce chiedermi: <<la piramide ti ha sempre affascinato? Così come il mistero che la circonda?>>.

<<Si!sin da piccolo sono stato attratto dall’Egitto e dagli scavi all’interno delle piramidi di Gisa, ma non sono mai potuto andare a vederle di persona>>.

<<Cosa ammiri di più in quelle maestose costruzioni?>>continuò pacatamente la sua voce.

<<Soprattutto, il dispendio d’energie che ci sono volute per costruirle!>>risposi quasi di botto.<< Ho sentito che molti schiavi le hanno innalzate, ma altre fonti dicono che sono state erette con mezzi fantascientifici: attrezzature aliene altamente sofisticate ed efficienti, cose che noi umani non abbiamo mai visto né potremo riuscire a realizzare>>.

Non appena ebbi terminato di dire ciò, uno strano squillo si udì nello studio che mi costrinse ad aprire gli occhi e ad uscire da quello stato di benessere e tranquillità in cui mi trovavo e ad alzarmi dalla poltrona reclinabile, nella quale ero rimasto per tutto il tempo della seduta.

La mia ora era terminata. Il tempo era passato così in fretta da non essere pesato minimamente. Mi sentivo veramente bene, come non mai. Ero contento di aver deciso di fare tutto ciò che Whilliam mi avrebbe chiesto e ora sapevo che avrei continuato a farlo sempre agli appuntamenti.

Whilliam mi guardava con un leggero sorriso in volto poi, sedendosi alla scrivania, disse: <<Bene!oggi è la prima volta che hai collaborato veramente alla tua guarigione! Sono contento di come sono andate le cose e di come ti sei comportato; credo, che molte spiegazioni della causa delle tue allucinazioni saranno chiarite presto. Ho già un quadro soddisfacente dopo questa seduta; penso che la “scimmia” abbia usato il tuo desiderio di evasione dalla realtà, usando ricordi della tua infanzia, che hanno a che vedere con quei programmi sulle piramidi e le relative ipotesi alquanto strane sulla loro origine, dandoti modo di non pensare all’abbandono di Claudia, tua moglie, ma di estraniarti dai problemi, inventandoti storie collegate ad esse e agli alieni.>>.

Togliendosi gli occhiali, continuò: <<se seguitiamo a lavorare seriamente in questa direzione, troveremo facilmente la gabbia per la scimmia, da dove non potrà più uscire!>>.

Stetti ad ascoltare con attenzione le parole di Whilliam e, per la prima volta da quando avevo iniziato le sedute di psicoanalisi, credetti che potessero essere vere; ma fu un solo momento. Quella piramide, vista incisa sulle montagne vicino al lago, nel Nevada, era troppo reale per essere creata solo da futili rimembranze della mia infanzia. Non sapevo se esporre il mio pensiero a Whilliam e, per non spezzare il clima d’unione che si era creato tra noi, non volli dirgli nulla. Uscii dallo studio, lasciandolo con la convinzione che avevo veramente iniziato un nuovo percorso di guarigione, non pensando più a Pyramid e Blonde e a tutte le altre visioni; ma non era così…..

Hanry Dalton (11)

Mi riascoltai mentre raccontavo la vicenda dell’uomo verde che risucchiava il cervello alla ragazza; avevo la voce spezzata e impaurita nel farlo, e anche ora provavo la stessa ansia e angoscia di allora che mi stringeva la gola e raggelava il sangue.

Udii la voce di Whilliam mentre tentava di spiegare l’origine di quella visione, dando la colpa alle ferite profonde lasciate dalla perdita dell’affetto di mia moglie, alludendo anche a strascichi di sensi di colpa che mi portavo dietro dall’infanzia; ma anche adesso mi sembrava che la sua teoria non fosse esatta! Non dissi nulla di ciò che pensavo e attesi che lui mi formulasse la domanda, la quale, non tardò a venire. Dopo aver ascoltato tutta la cassetta, Whilliam, che mi aveva fissato per tutto il tempo, domandò: <<Cosa te ne sembra di questa fantastica storia? È verosimile?>>. Lo guardai per un attimo, poi abbassai lo sguardo alle mie mani, le quali erano diventate bianche, a causa della forte stretta che avevo dato ai braccioli della poltrona. Alzando nuovamente lo sguardo, gli risposi che per ora quel ricordo era ancora troppo vivido e che, anche se sapevo fosse un’allucinazione, la sentivo ancora così reale che non potevo avere un giudizio diverso.

Whilliam, mi guardò per un attimo, poi affermò che in quel momento era importante per me ascoltare, e che saremmo andati avanti alle altre registrazioni, seguendo tutto l’evolversi della mia malattia e che, solo alla fine, mi avrebbe chiesto di esprimere un giudizio.

Inserì un’altra cassetta; si trattava del mio incontro con il disco volante dove ero stato altrettanto angosciato e ansioso e, anche stavolta, ero pienamente convinto che tutto ciò che avevo vissuto fosse stato reale.

Whilliam non si perse d’amino e mi disse che non era importante per ora che io capissi l’idiozia di ciò che avevo detto le volte precedenti, dovevo solo ascoltare affinché prendessi pian piano coscienza dell’assurdità del racconto. Mi spiegò che quella era una terapia d’urto e che avrebbe fatto effetto solo dopo un po’ di tempo.

Mi diede appuntamento all’indomani e io andai via un po’ deluso.

Ogni volta che andavo nel suo studio ascoltavamo una nuova cassetta registrata in mia insaputa durante le sedute dei mesi precedenti. Risentii tutte le visioni che avevo avuto, rivivendo gli attimi in cui avevo trovato il corpo delle ragazze e tutte erano sempre nella stessa posizione: con le braccia allargate in avanti e le gambe ripiegate con l’ematoma ai ginocchi.

In me, non vedevo nessun miglioramento ma dovevo pur fidarmi del mio migliore amico così, continuai ad ascoltare quelle cassette in cui lui riponeva piena fiducia per la mia guarigione. Il settimo giorno andai nel suo studio un po’ deluso dal fatto di non essere ancora approdati a nulla. Mi sedetti nella solita poltrona reclinabile e aspettai che Whilliam accendesse il piccolo registratore.

Nell’ottava cassetta vi era registrato il nostro nono incontro: era stato quello dove avevo raccontato di essere andato indietro nel tempo, in un periodo imprecisato del passato, durante il quale avevo scoperto la morte di una ragazza; questa, non ero riuscito a vederla in viso, era di spalle col vestito strappato, e aveva uno strano tatuaggio impresso sulla parte alta della schiena.

Nel riascoltare la vicenda, notai un particolare cui non avevo fatto caso allora e che, riflettendoci adesso, mi dava l’esatto periodo in cui si svolgeva la visione… Nel descrivere quell’esperienza, avevo parlato di uno strano ristorante o pub stile cowboy dentro il quale mi ero ritrovato, e dove avevo visto in un televisore in bianco e nero, il presidente Kennedy alla casa bianca durante una diretta alla nazione. Solo ora ripensai a ciò che avevo guardato di sfuggita: compresi dunque, che mi ero trovavo negli anni sessanta! Ricordai che il quella diretta, il presidente era stato da poco eletto: era il suo discorso alla nazione per il prino giorno

d’ insediamento alla casa bianca.Dedussi, quindi, che ero andato indietro nel tempo al 1961!

Ma la cosa più importante per me fu il risentirmi dire dei particolari sul luogo del ritrovamento del cadavere che mi fecero tornare alla mente l’ultima mia allucinazione, creandomi di nuovo i dubbi sul fatto che lo avessi solo immaginato; lo feci anche presente a Whilliam, dicendogli con tono preoccupato: << hai sentito cosa ho detto? Me n’ero completamente dimenticato!>>.

La ragazza era morta annegata, al contrario delle successive che avevo visto nelle mie allucinazioni, ed era stata ritrovata sulle sponde di un lago che si trovava dietro delle piccole montagne e, in una di queste, era scolpita una piramide!

<<Sono sicuro che si tratta di Pyramid Lake!>>esclamai.

<<La stessa immagine l’ho vista lì l’ultima volta alla stazione, prima di partire in treno, e sono identiche!; anche le montagne erano le stesse! È lo stesso posto dove ho conosciuto Blonde! Nel Nevada!>>e, guardando Whilliam negli occhi, continuai dicendo:

<< Perché queste coincidenze?>>.

Whilliam con molta calma, rispose con un’altra domanda.

<<Dimmelo tu perché pensi che ci siano coincidenze? Cosa ti fa venire in mente l’immagine della piramide?>>.

Lo guardai stranito in faccia. Cosa c’entrava quella domanda? Non volli esprimere giudizi sul suo lavoro, infondo mi ero ripromesso di ascoltare senza fiatare i suoi consigli, così cercai di non esplodere in collera con lui com’ero solito fare e, m’impegnai a pensare di rispondere più correttamente possibile alla sua domanda.

Dopo un attimo di silenzio, subito esclamai:

<<La piramide mi porta alla mente l’Egitto e i faraoni; le piramidi di Gisa e le tombe del re e della regina dei quali non ricordo il nome.>>.

<<E poi?>>chiese, mentre mi osservava attentamente in volto.

<<Nulla!>> affermai, alzando leggermente le sopracciglia.

Non avevo altre associazioni da fare lì per lì, e mi sentivo anche un po’ sciocco per quello che avevo risposto.

Whilliam, m’invitò a chiudere gli occhi e a non pensare più a nulla, neanche alla sua ultima domanda. Mi disse di liberare completamente la mente e di fare lunghi e profondi respiri; poi, mi chiese di rilassare il mio corpo cercando di liberare ogni tensione dai muscoli e, alla fine, disse:

<<ora respira lentamente dalla bocca e inspira dal naso!>>.

Lo feci e, con meraviglia, mi accorsi che veramente ero rilassato e sereno; sembrava che fossi in un sonno vigile, dal quale ricevevo un benefico ristoro.

Non so per quanto tempo rimasi così, completamente rilassato e tranquillo sulla poltrona reclinabile a respirare lentamente, senza nessun pensiero né preoccupazione per il tempo che, nel frattempo, passava; so solo che, quando Whilliam continuò a parlare, lo ascoltavo con un’attenzione maggiore e senza reticenze.

Mi disse, con la voce che mi parve come una cascata rinfrescante, di stare attento a ciò che mi avrebbe domandato e di rispondere senza aprire gli occhi.

Dopo un po’, chiese: <<Cosa ti porta alla mente l’immagine di una piramide?>>.

Era la stessa domanda di prima ma stranamente, ora avevo altre cose da dire e, senza neanche rendermene conto, incominciai a parlare…..
 
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