Category: Hanry Dalton


Henry DAlton (10)

Quando l’indomani aprii gli occhi, mi sentii veramente riposato e sereno; risoluto, mi preparai per andare da Whilliam e fare la seduta, seriamente stavolta, come mai prima.

Presi il taxi e arrivai allo studio, prima dell’ora prefissata; così, attesi il mio turno nella piccola saletta.

Ripensavo a tutto quello che era successo il giorno precedente e a come avevo appreso che ero veramente instabile e malato. Vedevo il viso preoccupato del mio amico mentre cercava di confortarmi, dopo l’attacco che mi aveva bloccato alla sedia di fronte a lui, e non sapevo come scusarmi di non aver ascoltato le sue insistenti raccomandazioni sulle medicine e la mia grave malattia.

Ero stato proprio un’idiota a non ascoltare una persona così cara e intima come Whilliam. Mi tornarono alla mente i momenti che avevamo vissuto assieme nell’infanzia e nella nostra adolescenza, e a quanto fossimo stati legati una volta; poi il lavoro ci aveva portato in strade totalmente diverse e lontane l’uno dall’altro, così da non vederci per parecchio tempo, fino a quando lui non aprì il suo studio privato in città. Mia moglie Claudia ed Io eravamo andati a fargli visita dopo aver saputo, da una sua telefonata, che aveva aperto l’esercizio a New York; così un pomeriggio, andammo nel suo studio, proprio quello in cui mi trovavo adesso, per dargli il benvenuto.

Era stato bello rivederlo dopo tanti anni di lontananza, e anche per lui fu una forte emozione; non era potuto venire neanche al nostro matrimonio e la cosa era dispiaciuta molto a tutti e tre. Avevo di lui una stima esagerata e, questo, perché era sempre stato un ragazzo con la testa sulle spalle, mai sventato o alla ricerca di divertimento sfrenato; un tipo anche fin troppo serio ma con cui andavo, da sempre, d’amore e d’accordo. Mi rendevo conto che la mia situazione mentale aveva incrinato quel rapporto d’amicizia, ledendo probabilmente il forte legame che da sempre ci univa; così, pensai che, una volta entrato, gli avrei rinnovato le mie scuse e che avrei chiesto consiglio su come comportarmi se, e quando, le mie allucinazioni si fossero ripresentate: avrei dovuto ignorarle o chiedergli aiuto e sostegno?; oppure sarei dovuto ricorrere sempre alle pillole che, anche quella mattina, avevo preso subito dopo essermi alzato dal letto?

Quando la porta si aprì, il sorriso di Whilliam illuminò il mio cuore e la mia giornata e, ricambiai il caloroso abbraccio che mi diede, con altrettanta forza: la sua amicizia era diventata l’unica cosa importante adesso. Mon avevo nessuno su cui appoggiarmi; né colleghi che, un tempo credevo amici, perché mi avevano allontanato per le mie stranezze; né il conforto di mio figlio George che, lontano da me, non sapeva nulla di ciò che mi stava accadendo e, sinceramente, non volevo neanche che lo venisse a sapere: doveva stare tranquillo per studiare e costruire il suo futuro, senza intralci da parte mia, affinché potesse avere una vita migliore di suo padre che, a stento, aveva di che vivere. Solo in Whilliam avevo la totale fiducia oramai; così, entrai nello studio come uno che entra in convento, con la consapevolezza di affidarsi nelle mani di Dio e che nulla gli può accadere di brutto, perché Dio lo proteggerà!

Stavolta andai diritto verso la poltrona a sdraio che lui usava per i suoi pazienti, ormai consapevole, che anch’io ero uno di loro; con la differenza però che almeno io potevo vantarmi d’essere l’amico del dottore e non un paranoico maniaco-ossessivo qualunque!

Era duro accettare la malattia, ma non avevo altra alternativa che prenderne atto e affidarmi totalmente alle sue cure.

Non appena fui messo comodamente seduto sulla poltrona, dissi con tono dimesso e non più di sfida, com’ero solito fare: <<Sono pronto ad “aprirti la mia mente” Whilliam, ma ora, sono anche veramente disposto a darti la mia volontà!>>.

<<Bene!>>rispose, mentre si accingeva a sedersi accanto a me sulla sedia che aveva avvicinato alla poltrona reclinabile<<sono contento che tu abbia finalmente deciso di farlo! Adesso lavoriamo sul serio su questa “scimmia” che ti perseguita e ti prende in giro, ok Rick?>>.

Annuii col capo senza dire una parola, poi Whilliam continuò, dicendo: <<se sei veramente convinto di volerla mettere in gabbia, dovrai collaborare con me per catturarla e imprigionarla definitivamente! Sei d’accordo?>>.

<< Si! Certo!>>risposi con decisione<<voglio con tutte le mie forze liberarmi di lei, e per sempre!; non ne posso più delle sue continue burle che mi fanno star male!>>.

<<D’accordo!>>rispose, mentre portava indietro la cassetta del mangianastri che teneva in mano.

<<Adesso, sentirai una registrazione che ho fatto quando sei venuto da me la prima volta, e poi parleremo; mi dirai cosa ne pensi a distanza di sei mesi e cosa ti sembra giusto o sbagliato su ciò che dici! Ok?>>.

<<Si!>> risposi, curioso di riascoltare tutte le sciocchezze che avevo raccontato al povero Whilliam.

Il tasto play fu premuto e la mia voce, assieme alla sua, incominciò a fuoriuscire nitida dalle casse del piccolo apparecchio….  

(Capitoli successivi)

Herry Dalton (9)

Whilliam cercò di calmarmi usando parole che erano più di amicizia che di diplomazia professionale adatta al momento, ma non servirono a nulla: incominciai a tremare e a sudare freddo come mi capitava spesso e infine, la mano si paralizzò e poi parve come una foglia mossa da un forte vento autunnale, congelandosi.

Whilliam si allarmò e mi diede una delle pillole che mi aveva sempre consigliato di assumere; lo feci senza pensarci né indugiare e poi, caddi come addormentato.

La pillola faceva subito effetto: era un potente tranquillante, e mi aiutò ad uscire da quella forte crisi che, da un bel po’ di tempo, non avevo più avuto.

Quando riaprii gli occhi Whilliam era chino su di me, e asciugava il sudore che, copioso, scendeva dalla mia fronte.

Subito mi disse sorridendo: << come ti senti Rick?>>.

Dopo un attimo di sbandamento, realizzai che ero ancora nel suo studio, sdraiato su quella poltrona a sdraio che lui usava per i suoi pazienti e, alzandomi a sedere su di essa, risposi con voce roca: <<Bene grazie, Whilliam! Sto bene adesso!>>. Toccandomi la testa che sentivo pesantissima, chiesi da quanto tempo mi trovavo senza conoscenza e, venni a sapere che dormivo da un’ora. Il mio amico aveva rimandato l’appuntamento successivo al mio e si era dedicato a starmi vicino in quel momento.

Lo guardai con gratitudine, poi sorridendogli dissi, mentre cercavo di schiarirmi la voce<<Grazie per tutto ciò che fai Whilliam, te ne sono riconoscente e perdonami se continuo a non ascoltare i tuoi consigli! D’ora in poi prenderò le pillole che mi hai prescritto, te lo giuro!>>.

Con molta naturalezza, mi mise una mano sulla spalla e, con tono calmo e sereno, mi disse che dovevo preoccuparmi solo della mia salute perché era la cosa più importante, e che non c’era bisogno di scuse, capiva benissimo tutto.

Andai via dallo studio assieme a Whilliam, senza nessun disturbo alla mano, e la testa non era più pesante come prima: quella pillola era veramente miracolosa!

Ringraziai il mio amico per avermi accompagnato a casa e, questi, si raccomandò che io continuassi a prendere le medicine e, poi, mi diede appuntamento per una nuova seduta di psicoanalisi da lui, l’indomani alle nove in punto, e aggiunse<<Se vuoi, ti vengo a prendere io stavolta?>>.

<<Non c’è bisogno!>>risposi in tono riconoscente, <<saprò cavarmela anche da solo; ci vediamo all’ora prefissata>>.

Sprofondai nel letto, stanco e deluso: era vero quello che Whilliam mi continuava a dire da mesi!! Ero veramente malato e bisognoso di cure! Decisi che avrei lasciato perdere le mie ricerche sul mostro di New York, e avrei fatto bene a dimenticare anche tutto ciò che avevo vissuto in quei giorni: Pyramid e Blonde erano solo mie fantasie….. eppure, non riuscivo a dimenticare quel luogo e, soprattutto, il viso della ragazza. I suoi occhi, così profondi ed espressivi, mi tornavano continuamente nella memoria, e non riuscivo a chiudere occhio ripensando alla sera che l’avevo incontrata alla stazione. Anche l’indirizzo che avevo letto su quel foglietto mi tornava alla mente in maniera prepotente; non riuscivo a non pensarci, perché tutto mi era sembrato così reale e vero, potevo ancora sentire il tocco della mano di Blonde nella mia, quella sensazione indimenticabile di profonda gioia e serenità. Di chi mi ero invaghito allora? Di un fantasma creato dalla mia fantasia?! Whilliam aveva ragione, la fuga di mia moglie mi aveva proprio sconvolto, facendomi inventare storie assurde e incredibili alle quali solo io prestavo fede. Decisi, da quel momento, di seguire tutto ciò che lui mi avrebbe detto di fare e avrei lasciato stare ogni mia successiva visione.

Il tranquillante, mi fece dormire profondamente per tutta la notte, e non ebbi incubi né sogni che mi ricordavano Pyramid o Blonde: credo, anzi, di non aver sognato affatto!
  

Henry Dalton (8)

Arrivai nel suo studio alle nove del mattino. Non appena mi vide, si accorse che c’era qualcosa di diverso in me e mi chiese cosa fosse successo in quei giorni che non mi ero fatto vedere, disertando gli appuntamenti delle sedute.

Con un enorme sorriso gli mostrai il biglietto del treno che avevo preso dall’interno della mia giacca e gli e lo porsi.

Whilliam lo guardò con interesse e poi, poggiandolo sulla scrivania, mi chiese<< È un biglietto di treno scaduto! Allora?>>

<<Indovina dove l’ho preso?>>domandai, trattenendo uno scoppio di risa. <<Bhe, sicuramente in un mercatino dell’usato!>>affermò risoluto, mentre riprendeva l’oggetto dal ripiano della sua scrivania per osservarlo meglio, e aggiunse: << è del 1970!non è poi così antico! Potrebbe essere anche un biglietto che hai conservato per ricordo ritornando da…>>fissò il biglietto per poterne leggere la scritta dove mostrava la partenza e l’arrivo<< sei stato a Piramid Lake il 12 ottobre del 1970!>>poi lo riposò al suo posto e continuò: << è un bel luogo?>>.

<<Non lo so, in realtà io sono stato a Pyramid e non ho visto per niente il lago. La stazione, è proprio lì vicino ma il lago non si riesce a vedere perché ci sono delle piccole montagne che coprono la visuale>>.

<<Ci sei stato quando eri in viaggio di nozze?quello è l’anno che ti sei sposato, se non ricordo male, vero?anche se, credevo tu fossi andato in Messico, all’epoca>>.

<<Si!>> risposi <<l’anno è quello e sono veramente andato in Messico dopo le nozze, ma ieri sono stato a Pyramid, nel Nevada e al ritorno ho usato quel biglietto!>>.

<<Non può essere>> obbiettò Whilliam, <<questo biglietto, porta la data del 1970 e non del 1990 e poi, non è stato neanche vidimato!>>.

Lo guardai con una certa soddisfazione in viso, pensando già all’imbarazzo che avrebbe avuto nell’apprendere la notizia.<<invece sono salito in treno proprio con quello!e indovina come ci sono andato a Piramid?>>.

Whilliam mi guardò serio, aveva capito che c’era un trabocchetto in ciò che gli stavo chiedendo. Incrociò le braccia e stette nell’attesa di sentire un’ennesima mia pazzia. Gli raccontai l’incredibile avventura che mi era capitata e lui stette ad ascoltare tutto il tempo poi, sbottò dicendo: <<Tu hai stampato quel biglietto mettendo la data del 70 e ora cerchi di farmi credere che hai avuto un viaggio nel tempo, vero?>>.

<<No!>>dissi risoluto, con un leggero sorriso sulle labbra

<<ho proprio preso quel treno al mio ritorno a New York e poi, mi sono ritrovato nello stesso posto in cui avevo perso i sensi! Devi credermi, è tutto vero! >>.

<<Come posso crederti?>>obbiettò Whilliam, mentre si impazientiva per aver sentito una delle solite storie assurde che gli raccontavo ogni volta<<non c’è logicità in ciò che mi hai detto! Innanzi tutto, l’uomo che hai incontrato sulle scale perché mai ti avrebbe colpito?non ti ha nemmeno rubato il portafogli, perché lo avrebbe fatto? >>

Risposi prontamente alla domanda: <<Forse lo voleva fare e poi vedendo il mio tesserino da poliziotto ci ha rinunciato per non avere problemi; chissà, forse è scappato a gambe levate quando si è accorto chi aveva tramortito, rimettendo a posto il mio portafogli?!>>

<<No!>>rispose Whilliam scotendo la testa <<non può essere! Chi ruba, scappa subito via con la refurtiva e non sta lì a controllare cosa contiene il “sacco”!la tua ipotesi non regge>>. Lo fissai serio negli occhi, poi mi alzai dalla sedia sulla quale mi ero seduto e incominciai a parlare con voce un po’ arrabbiata: <<io so che tu Whilliam hai grosse resistenze nel credermi perché ne hai sentite troppe da me!è vero, sei stato ad ascoltarmi quando ti parlavo di quelle ragazze che avevo visto uccise nel parco o in riva al mare; sei stato a sentire le mie elucubrazioni mentali sul discorso dei miei strani “risvegli” che mi facevano apprendere di essere stato proiettato in un’altra epoca, in un periodo del passato, spesso, imprecisato e oscuro, ma stavolta sono veramente sicuro di ciò che ti sto dicendo, ed è l’unica volta che posso affermare di essere sano di mente. Ho anche le prove finalmente, e non parlo solo di questo biglietto, ma anche dell’incontro di quella bambina della fattoria. L’ho rivista ieri notte, ed è cresciuta, perché per lei sono passati veramente 20 anni, ora è diventata una bellissima donna! Se vuoi, ti posso portare a Pyramid e farti dire da lei stessa ciò che mi è successo; lei lo sa, si ricorda tutto di me, di quando ha aperto la porta della rimessa mettendosi paura e pure di ieri notte!>>.

Whilliam mi guardava con diffidenza, tenendo sempre le braccia conserte, poi si alzò dalla poltrona e si mise davanti alla scrivania di fronte a me e, accendendosi un sigaro com’era solito fare, mi disse: <<e cosa sarebbe venuta a fare qui a New York questa Blonde?>>. Lo fissai scrutando il suo viso per cercare di capire se mi stava credendo oppure no, poi incominciai a dirgli cosa era avvenuto di preciso la scorsa notte alla stazione. Dopo aver sentito tutta la mia storia chiese preoccupato: << Di quale caso ti stai occupando Rick? lo sai che non puoi più esercitare e che se lo vengono a sapere alla centrale per te sono guai, vero?>>.

<<Si, certo lo so, ma questa è una mia ricerca personale dove la polizia, per ora, non c’entra! Devo capire delle cose che non mi sono molto chiare in questa serie d’omicidi! Il killer, ha troppe cose in comune con l’essere verde che ho visto quella notte, quando la ragazza che non è mai stata ritrovata, fu uccisa. Ho seguito da lontano tutte le indagini degli omicidi e ho visto che le ragazze uccise hanno una cosa in comune! Nessuno lo ha notato e, quando l’ho fatto presente ai colleghi della squadra omicidi, mi hanno riso in faccia non prendendomi sul serio, così ho preferito fare da solo>>.

Whilliam mi fissava sempre più preoccupato ma m’incitò a continuare, dicendo: <<Cos’è questa cosa in comune che hai scoperto?>>.

Non sapevo se essere contento che mi avesse fatto quella domanda oppure preoccuparmi; in ogni caso, andai avanti a spiegargli ciò che avevo fatto da solo all’insaputa di tutti, compreso lui.

<<Quando due mesi fa ci fu il primo caso d’omicidio non badai alla cosa, ma poi, non appena la settimana successiva la seconda ragazza fu trovata uccisa ai piedi della quercia di Central Park, mi vennero i primi dubbi….osservai la posizione che assumevano le povere vittime: i loro corpi supini in avanti con le braccia allargate e le gambe ripiegate su se stesse con degli enormi ematomi alle ginocchia. Ti sembrerà assurdo lo so, ed è proprio per questo che non te l’ho mai confidato, ma sembra che tutte siano state decapitate mentre erano ad almeno un metro da terra!>>.

<<Vuoi dire che erano sollevate in aria prima che la loro testa fosse strappata via dal loro corpo?>>chiese sbigottito Whilliam, mentre si andava a risedere sulla sua poltrona. 

<<Si, proprio così, e anche le successive vittime sono state ritrovate allo stesso modo, ma nessuno ha fatto caso alla coincidenza! La cosa che mi ha spinto ad andare avanti per conto mio, dopo il rifiuto delle mie ipotesi da parte del dipartimento, è stata la certezza che vi sia una corrispondenza tra tutte queste ragazze con quella che vidi uccidere io dall’essere verde quella stramaledettissima notte: le ragazze, sono decapitate mentre vengono sollevate dal suolo, la ragazza che vidi io fu sollevata dal pavimento mentre le veniva risucchiato il cervello. A quanto pare, l’assassino uccide solo per prendere il cervello delle ragazze e, per farlo le decapita, portandosi via la testa; io sono sicuro che poi si nutre del loro cervello una volta da solo, in qualche posto isolato e ora, credo proprio di sapere dov’è questo posto! L’indirizzo che mi ha dato Blonde da parte di Madam Whitney mi farà ritrovare le teste delle ragazze e quindi l’assassino, che è quell’essere verde, ne sono sicuro!>>.

Whilliam mi guardava con un velo di compassione negli occhi, ma cercò di non farmelo notare; si tolse gli occhiali poggiandoli sulla scrivania e poi, schiarendosi la voce, chiese: <<E dov’è questo biglietto che ti avrebbe dato questa Madam Whitney?>>.

Presi il foglietto datomi da Blonde e lo mostrai a Whilliam. Questi lo prese in mano e incominciò ad osservarlo, poi lo ripiegò e me lo passò di nuovo, dicendo: <<é uno scherzo Rick?>>.

<<Cosa?>>domandai.

<<Qui non c’è scritto nulla!>>

<<Non può essere! >>esclamai incredulo. Aprii il foglietto e accertai con i miei occhi che non vi era nessuna scritta!come poteva essere? Guardai in faccia Whilliam che nel frattempo si rimetteva gli occhiali e spegneva il sigaro ormai consumato.

<<Non capisco!?!>>dissi con un filo di voce, <<non ci capisco più niente! Sono sicuro che c’era un indirizzo scritto su questo foglio! Me ne ricordo ancora, come fosse adesso, era: ”Brighton Beach n° 2009, Coney Island” non posso averlo sognato, non sono pazzo!>>.

 

Henry Dalton (7)

<<Veramente>> risposi titubante <<sono venuto!ma in ritardo. Ho avuto un contrattempo, possiamo vederci anche domani mattina presto, se lei vuole?>>.

La donna, fece un attimo di pausa, poi proseguì: <<In realtà, stò partendo stanotte! Ho un treno per le 23 e 45…la sto chiamando dalla stazione ferroviaria!!>>.

Guardai l’orologio: erano le 22 e 55. <<Allora possiamo vederci lì tra una decina di minuti, il tempo di prendere un taxi!?>>. La donna rispose<<non so se avremo abbastanza tempo per poterle dire tutto quello che volevo….ma va bene l’aspetto: il mio treno parte dal binario numero 9, sono lì ad attenderla>>e detto ciò, chiuse il telefono.

In un batter d’occhio fui in strada e in pochi minuti avevo trovato il taxi che mi portò di volata alla stazione. Quando giunsi al binario designato c’era solo lei, seduta sulla panchina con un piccolo bagaglio a mano sulle ginocchia.

Mi avvicinai spedito e, man mano che mi accostavo, la vidi meglio in volto: era una bellissima donna dai capelli scuri che teneva raccolti sotto un piccolo cappello nero. Non appena mi vide si alzò in piedi poggiando la valigetta a terra.<<Mi scusi>>chiesi imbarazzato <<è lei la signorina Blonde?>>. <<Si>> rispose, guardandomi enormemente sorpresa in viso<<sono io e lei è…..Rick?>>.

<<Si!>> risposi alla strana e inaspettata domanda<<come sa il mio nome?>>chiesi stupito<<ci conosciamo?>>.

<<Non si ricorda più di me?>>.Fece una piccola pausa..

<<Già…in fondo>>continuò <<come potrebbe? Io ero solo una bambina allora!>>.

La guardai meglio in viso e notai che aveva un piccolo neo sullo zigomo destro. <<Lei mi ricorda vagamente qualcuno che ho visto di recente!>>affermai <<ma non può essere la stessa persona!>>.

<<Anch’io stento a credere che lei sia la stessa persona che cerco>> rispose sempre più sbalordita la giovane donna <<io cercavo Henry Dalton, un poliziotto che dovrebbe avere pressappoco una sessantina di anni!>>.

La guardai fisso negli occhi neri e profondi, che mi guardavano tristi e seri e, pian piano riconobbi nei suoi lineamenti, la bambina che avevo conosciuto nella fattoria di Piramid: la piccola città del Nevada.

<<Come può essere? Lei è Blonde? La bambina della rimessa che ha avuto paura di me?>>.

<<Si!>> rispose la donna <<ma lei non può essere Rick, quello che, se avesse un’h al posto della “k”, sarebbe un uomo ricco!>>. La guardai fisso e poi aggiunsi<<Lo sono invece!come lei è Blonde, anche se non ha i capelli chiari!>>.

Ci guardammo esterrefatti e increduli: come poteva essere che ciò fosse potuto succedere? La bambina che viveva nell’anno 1970 era ora cresciuta e diventata donna, mentre io ero chiaramente rimasto lo stesso: avevo veramente fatto un salto in dietro nel tempo di circa 20 anni, conoscendo colei che ora era davanti a me, incredula e inebetita tanto quanto lo ero io?!

Blonde cercava di scrutarmi e di capire quella strana situazione poi, esclamò sottovoce<<Non volevo crederci, ma la signora Whitney aveva proprio ragione!>>.

<<Chi è questa donna?>>chiesi incuriosito.

<<È l’anziana signora che mi ha mandato da lei e che mi ha detto di non aver paura di vederla sempre lo stesso, non cambiato minimamente. Adesso le credo!!>>.

<<Questa signora Whitney mi conosce?>> Chiesi perplesso. <<Si!>> rispose la ragazza <<a quanto pare, anche molto bene! Sa molto di lei e della sua vita privata! Mi ha mandato a new York per rintracciarla e farle avere delle informazioni su quel caso di omicidio a cui sta lavorando. Dice, che le sarà di molto aiuto!>>.

Ero confuso per ciò che stava accadendo e sinceramente, ebbi anche paura: un brivido lungo la schiena mi fece tremare la mano per un attimo.

La ragazza, continuò dicendo, mentre mi consegnava un foglietto ripiegato<<Questo è l’indirizzo dell’assassino, gli e lo manda la signora Whitney. Dice, che capirà tutto, quando andrà lì a perquisire il posto!>>.

<<Ma come fa ad esserne sicura?>>chiesi piuttosto incredulo. Blonde, mi guardò sorridendo negli occhi e poi, disse<<Madame Whitney non ha mai sbagliato una sua previsione; è una veggente, ma lei non ama definirsi così, piuttosto preferisce l’appellativo di: “Colei che parla con gli angeli”>>. Fissavo Blonde cercando di capire se stesse dichiarando la verità o fosse implicata invece in quegli assassini; ma come poteva essere? Tutti gli omicidi facevano pensare ad un uomo molto forte, che strangolava le vittime e poi le decapitava, portando con se le teste mozzate. Quella che era di fronte a me, era un’esile e delicata ragazza che non avrebbe potuto avere la forza necessaria per immobilizzarle e poi ucciderle. 

In tutti gli omicidi, le giovani donne erano prima bloccate presumibilmente con le mai nude e poi, brutalmente decapitate, ma l’assassino non aveva mai lasciato indizi; come poteva, la misteriosa signora che “parlava con gli angeli”, conoscerlo?

Aprii il foglietto di carta che Blonde mi aveva dato e lessi l’indirizzo scritto con una calligrafia particolare, sembrava di quelle dell’ottocento, e in alcune parti, la penna aveva tremato; anche l’inchiostro era strano, sembrava quello che si usava una volta, tenuto nel calamaio.  L’indirizzo era:
Brighton Beach n° 2009 Coney Island”.

Alzai lo sguardo di nuovo a Blonde e ripiegai il foglio mettendolo in tasca, poi dissi: << andrò a controllare e spero di trovare ciò che cerco!>>. La ragazza, affermò che avrei avuto il quadro della situazione finalmente più chiaro, ottenendo anche, la risoluzione di ciò che forsennatamente cercavo, proprio lì a quell’indirizzo. Poi aggiunse:

<<Madame Whitney mi ha detto di dirle che, una volta che avrà tutti i pezzi incastrati, la potrà raggiungere a Piramid per gli ultimi chiarimenti, se ne avrà bisogno!>>.

Non capivo ancora bene ciò che mi stava capitando e, per un momento, dubitai d’essere sveglio; ringraziai la ragazza che nel frattempo aveva preso la valigetta in mano e si preparava a prendere il treno. Il fischio non lo avevo sentito all’inizio, era ancora lontano, ma il campanello squillava ripetutamente, e l’interfono avvisava il suo imminente arrivo al binario 9: destinazione Pyramid Lake.

<<Dove posso rintracciarla?>>chiesi velocemente ad alta voce mentre il treno era in fase di fermata.

<<Abito sempre in quella fattoria!>> mi gridò all’orecchio per sovrastare il rumore dello stridore delle ruote sulle rotaie.

 <<quando vuole mi può raggiungere là! Allevo cavalli! ho una scuderia!>>.

<<Bene!>> risposi <<lo farò! Mi piacciono i cavalli!>>.

Il treno si fermò con uno sbuffo dei motori idraulici di frenata.

Blonde continuò dicendo<<è stata sempre la mia passione allevare cavalli miei e ora, ne ho la possibilità>>.

<<Anche io ho una grande passione>> risposi sorridendo <<solo che non ho mai avuto i soldi e il tempo per poterlo fare>>.

<<È vero! I cavalli costano, ma io in questo, sono stata fortunata! Mister Malcon mi ha regalato i suoi purosangue prima di partire e ora, ho molti altri cavalli!>>.

<<Mi piacerebbe veramente vederli>>dissi sorridendo.

<<Quando vuole può farlo!>>sussurrò, abbassando lo sguardo, timidamente.

La ragazza salì in carrozza ma prima, c’eravamo stretti la mano e, nel farlo, avevo provato un qualcosa di strano, una specie di senso di fame allo stomaco mi era preso all’improvviso; se non fossi mai stato innamorato, quella sensazione non l’avrei compresa, ma la conoscevo bene invece e mi chiedevo: poteva essere mai che mi ero innamorato di lei, alla mia età?

Blonde si sporse dal finestrino e, con un largo sorriso, mi disse che sperava di rivedermi presto in Nevada allora. Poi, prima che il treno si mettesse in movimento, disse preoccupata velocemente: <<Un’ultima cosa Rick! Madame Whitney mi ha raccomandato di dirle che, la prossima volta che le capiterà di svenire e di ritrovarsi in un altro posto o tempo diverso dal suo, non sia preoccupato ma stia anzi attento a tutto ciò che vede e sente, le tornerà utile; dice che può già aver avuto quest’esperienza e che la deve tenere sempre in considerazione in avvenire.>>.

<<Che sciocca!>> continuò <<mi aveva raccomandato di dirle subito questa cosa ma, stavo per dimenticarlo! Non me lo avrebbe perdonato>>.

<<Poco male>>risposi con un largo sorriso

<<così lei sarebbe dovuta ritornare in dietro e ci saremmo potuti rivedere!>>.

Blonde sorrise e, mentre il treno si muoveva, alzò la mano, agitandola lievemente in segno di saluto. Risposi al gesto fino a quando non scomparve dalla mia vista.

Che mi stava succedendo? Mi ero innamorato di Blonde?

Era veramente una bella donna ma non mi spiegavo questo colpo di fulmine: io non credevo a queste cose puerili….cose da scolari!! Comunque, non era tanto più piccola di me! Io avevo quaranta anni lei ne poteva avere 28!: erano solo dodici anni di differenza, pochi in fondo!…La lontananza di mia moglie mi faceva provare sensazioni molto strane…era forse astinenza d’affetto di cui avevo bisogno!!…..

Aprii il foglietto e rilessi l’indirizzo. Si trovava lontano dalla stazione, ci sarei andato domani dopo essere passato prima da Whilliam per raccontargli quest’ultima mia “paranoia maniaco-ossessiva” e, pensandolo, risi divertito: come avrebbe fatto a negare l’evidenza del biglietto e dell’incontro avuto con la ragazza venuta dal Nevada?se avesse trovato altri specchi su cui arrampicarsi per non darmi ragione, lo avrei portato con me a Pyramid per farlo parlare con Blonde, allora sì che mi avrebbe finalmente creduto!

Tornai a casa con il primo taxi che trovai all’uscita della stazione. Quella notte riposai tranquillo per la prima volta dopo mesi. L’uomo verde non spuntò nei miei sogni e nemmeno la ragazza uccisa. Fu la notte più serena della mia vita e per la prima volta sognai qualcosa di bello: Blonde mi tirava da dietro, per il lembo della giacca; era seduta su una panchina della stazione e mi sorrideva, poi si alzò e mi baciò teneramente sulle labbra. Quanto tempo che non facevo sogni del genere…mi risvegliai pieno di energie e rinvigorito dal sano riposo. Feci una doccia veloce e mi diressi in strada con il sorriso sulle labbra: gustavo già il disagio di Whilliam nel suo tentativo di spiegare gli ultimi eventi che avrebbe appreso.

 

Henry Dalton (6)

Al mio ritorno da una di quelle sedute con Whilliam, dove avevo parlato di tutta la sofferenza che avevo provato per la fuga di mia moglie e della vicenda incredibile che mi era capitata con l’essere luminoso, ebbi l’incontro più stravolgente della mia vita… è un ricordo confuso, che spesso, nn pare sia vero neppure a me stesso ma, è così vivido che nn lo scorderò mai!Andavo in macchina lentamente verso casa, era notte inoltrata, quando una gran luce mi sovrastò, accecandomi gli occhi. Non riuscii più a vedere nulla. Mi fermai in mezzo alla strada, poi pian piano la luce si acquietò e potei vedere distintamente un enorme disco che rimaneva sospeso in aria proprio di fronte alla mia vettura. Sembrava ondeggiare nell’aria come una piuma, nessun rumore era udibile. Questo, pian piano si abbassò davanti alla macchina, e rimase a circa un metro dalla strada.

Le luci della vettura si erano spente all’improvviso e anche l’orologio si era fermato, così come quello che tenevo al polso. Tentai di scendere dalla macchina ma una luce violacea m’invase e mi sentii preso da stanchezza improvvisa. Le mie braccia non riuscivano più a muoversi e le palpebre diventarono così pesanti che mi si abbassarono: non ricordo altro di quella vicenda, ma ogni tanto nei miei sogni, vedo degli esseri simili a quello verde che vidi uccidere la povera ragazza, i quali mi studiano e analizzano. Mi trovo in un specie di laboratorio dove vi sono degli strani macchinari, con i quali quegli esseri fanno qualcosa sulla mia testa, ma non riesco a capire cosa e non ho la forza per impedirglielo.

Avevo raccontato tutto al mio amico Whilliam il quale, si limitò a sentire fino alla fine il mio racconto, senza dire una sola parola. Quando ebbi terminato, mi disse che molti altri casi come il mio erano stati analizzati da lui in passato e che, per la stramaggioranza di essi, era arrivato alla conclusione che lo stress per la perdita di una persona cara, come la moglie, il marito o i figli, potevano portare ad avere allucinazioni come quelle, ma che in fondo erano solo tentativi da parte di chi aveva subito la perdita, di attirare l’attenzione degli amati; o il tentativo di farsi considerare persone speciali dagli altri per non dover ammettere d’essere stati abbandonati dalle persone più importanti della loro vita.

La spiegazione del mio amico non mi era piaciuta neanche un po’; come poteva credere che io mi fossi inventato tutto? Quel giorno, non mi ero seduto nella solita poltrona per schizofrenici che lui usava per i suoi pazienti, ero rimasto sulla sedia di fronte alla scrivania perché sapevo che non mi avrebbe creduto: in fondo anch’io stentavo a farlo!

Non appena terminò di darmi la sua spiegazione della vicenda, mi ero alzato di scatto dalla sedia, incollerito dal fatto che non mi prendesse sul serio, ed avevo esclamato ad alta voce:

<< Come fai a credere che abbia inventato tutto di sana pianta e per raccontarla a te poi?! Ci conosciamo da anni, fin dalle elementari, come puoi credere che mi sia “girato” un assurdo film mentale d’alieni e dischi volanti per far ritornare mia moglie a casa o tentare di farmi considerare una persona speciale da te o dai miei colleghi?non ci penso nemmeno!ciò che ti ho detto è tutto vero!io l’ho vissuto veramente, non me lo sono inventato!>>.

Whilliam mi aveva fissato perplesso, poi portando le mani al mento mentre teneva i gomiti poggiati sulla scrivania, aveva detto:

<<Lo so Rick che non stai inventando le cose, almeno razionalmente; tutto, ti è capitato all’improvviso e tu non riesci ad accettarlo!per questo il tuo subconscio ha preso il controllo della razionalità che ti ha sempre contraddistinto!ma c’è una ragione per tutto e tu lo sai bene meglio di me! Ricordi quando eravamo bambini?tuo fratello si prendeva gioco di noi facendoci andare fuori di testa con quei suoi giochi di prestidigitazione e noi lo credevamo veramente un mago. Tu lo osannavi e dicevi a tutti che avevi un mago in famiglia; ma che delusione quando abbiamo capito il trucco che c’era sotto; crescendo, abbiamo aperto gli occhi e vedevamo, ciò che prima sembrava vero, sotto la sua vera luce e cioè che quello che sembrava realtà, era in vero una menzogna! Ecco cosa ti sta capitando: tu credi che ciò che hai visto sia vero e reale, ma in realtà è solo un’illusione del tuo subconscio ferito.

È come se una scimmia burlona ti stia prendendo in giro senza che tu te ne accorga; solo rendendoti conto di ciò, potrai rinchiuderla e, successivamente, guarire!>>.

Non avevo accettato la spiegazione del mio amico psicanalista ma, non avevo voglia di discutere ancora con lui così, alla fine della seduta, ero andato via dallo studio intenzionato a non tornarvi più!

Tutti questi ricordi mi ritornavano in mente come pezzi di film visti in passato, dove uno non ricorda mai bene tutta la trama di quello che ha seguito; così, io ero sdraiato sul mio letto ed ero confuso nel ricordare quelle vicende avvenute mesi prima, e sembrava che non fossero capitate a me, ma a qualcun’altro.

Non riuscivo a chiudere occhio, la botta in testa mi doleva ancora e il biglietto del treno che tenevo in mano, faceva sì che non distogliessi il mio sguardo da lui: sarei andato da Whilliam, l’indomani al suo studio per fargli vedere quell’oggetto, avrebbe finalmente creduto a ciò che mi capitava dopo aver avuto quell’incontro con il disco volante.

Si! perché, dopo quella disavventura, avevo avuto altri strani incontri. No, non erano alieni stavolta, ma persone normali. Solo che poi mi accorgevo che in realtà non esistevano o che erano morte anni prima. Come quella volta, quando mi ero ritrovato davanti l’uscio di casa dopo essere scivolato dal tetto sul quale ero salito per aggiustare l’antenna del televisore il quale, non riusciva a prendere bene la partita di foot-balls della mia squadra preferita. Non sapevo per quanto tempo fossi rimasto lì svenuto, per me erano passati pochi secondi, in realtà mi accorsi che, non solo erano passate diverse ore perché era mattina presto mentre io ero salito in tarda serata, ma non mi sembrava più casa mia: era diversa. La porta d’ingresso non era più la stessa e nemmeno le finestre, così come la ringhiera della piccola veranda: qui vi erano sedie e tavolino che non avevo mai visto. Confuso e dolorante, avevo tentato di entrare in casa ma mi era stato impossibile, era chiusa dall’interno. Quando tentai di forzarla facendo un gran rumore, la luce all’interno si accese e spuntò un uomo in vestaglia e pantofole che, arrabbiato, mi chiese che cosa volessi a quell’ora della mattina. Rimasi esterrefatto. Che era successo? Dove mi trovavo?quella non era casa mia! L’uomo, seccato riformulò la domanda, mentre fissava il mio sguardo confuso e disorientato per ciò che mi accadeva.

Quando avevo tentato di spiegare all’uomo cosa era successo, non mi credette, intimandomi di andar via,

e minacciando di chiamare la polizia.

<<Sono io la polizia>>gridai, <<sono l’agente Dalton!>> <<Mi faccia vedere un tesserino>>continuò l’uomo.

<<Cel’ho in casa, mi lasci entrare un attimo e gli e lo mostro>>

<<Si crede di essere furbo?>>aveva risposto incollerito <<pensa che io sia nato ieri? Vada via prima che se ne abbia a pentire>> e, dicendolo aveva tirato fuori dalla tasca della vestaglia una pistola che mi puntò addosso. Mi ero allontanato lentamente da lì e, mentre lo facevo, osservavo il piccolo viale che conduceva fuori del giardino di quella che non sembrava più casa mia. In effetti, non avevo mai avuto un’altalena in mezzo al prato davanti la casa e nemmeno una fontana che zampillava acqua dalla bocca di un Tritone. Appena fui giunto al cancello e imboccai il viale principale, mi ero accorto di non essere nel mio quartiere, mi trovavo in un posto imprecisato, da qualche parte della città, ma non ero nemmeno sicuro che fossi a New York. Avevo guardato la cassettina delle lettere e mi ero accorto che non portava scritto il mio nome, ma di un certo Smith.

Che diavolo stava succedendo? Camminando senza neanche sapere dove andare, avevo visto a terra una ragazza priva di conoscenza. Le presi il polso e constatai che era morta, dunque ero corso in cerca di un telefono per chiamare la polizia, ma non ne ebbi il tempo, la testa mi incominciò a girare vorticosamente e persi i sensi da lì a poco. Quando riaprii gli occhi, mi ritrovai davanti l’uscio della mia casa e stavolta n’ero certo, perché la porta era la mia e anche la piccola veranda sembrava essere quella di sempre. Ero corso in casa per accertarmi che non vi fosse l’uomo di prima e, non vedendo nessuno, mi ero seduto stremato e dolorante per la caduta dal tetto, sulla poltrona davanti alla tv ancora accesa, fissando lo schermo senza neanche accorgermi che nel frattempo, la mia squadra del cuore era in vantaggio di due a zero.

Cosa mi era successo? Quella fu la prima volta che mi capitò una cosa del genere, ma non fu l’ultima. Molte altre volte mi ricapitò lo stesso tipo d’esperienza e tutte le volte, non riuscii a dare una spiegazione logica alla vicenda. Ne avevo parlato con Whilliam ma anche lui non seppe darmi delle spiegazioni: continuava ad affermare che la mia paranoia maniaco-ossessiva era da tenere sotto controllo con farmaci e che, trascurandola poteva peggiorare al punto, che avrei potuto farmi veramente male o costringermi a ricoverarmi d’urgenza ad un centro specializzato per evitare danni maggiori. Tutte le volte che avevo raccontato quegli strani avvenimenti, mi aveva detto la stessa identica cosa: <<Devi prendere queste medicine, ti faranno calmare!>>ma io avevo sempre rifiutato di farlo, seppure le avessi accettate dalle sue mani. Whilliam sapeva che in realtà io non le stavo prendendo e mi ricordava sempre che il non farlo, era solo un male che facevo a me stesso. Ma come potevo prenderle?? io ero sicuro di ciò che avevo visto!! 

Come potevo far capire al mio amico che quelle visioni erano vere?? Avevo fatto una ricerca su tutte le ragazze che erano state uccise negli anni che andavano dai 60 agli anni 90, e avevo fatto la scoperta di una ragazza Chiamata Sara Smith, la quale era vissuta negli anni 70 nella mia stessa casa! Scoprii che viveva sola col padre e che era stata vittima di un aggressore proprio vicino la sua abitazione nentre tornava dalla discoteca. La mia scoperta mi aveva schoccato: tutto ciò che avevo vissuto era reale..ma il mio amico nn credeva affatto che lo avessi vissuto veramente, ma che lo avevo solo incamerato nella mia mente malata, credendola una realtà!! Affemava che, data la strana morte della ragazza, mi ero immedesimato a tal punto da immaginarmi di esserle accanto quando era morta…la giovane donna, infatti, era stata aggredita, ma nn si era riuscito a capire la causa della sua morte.

"Morte cerebrale improvvisa" avevano scritto i giornali, senza aggiungere di più: insomma, un caso chiuso e, allo stesso tempo, irrisolto, perchè il colpevole nn fu mai scoperto! Whilliam, diceva che dovevo stare lontano da tutto ciò che era avvolto dal mistero, perchè nn faceva altro che rinvigorire la mia fantasia eccessiva, e peggiorare il mio stato mentale confuso…..

Ma questa volta avevo finalmente una prova che tutto ciò, era invece reale: le cose che vedevo erano vere, il biglietto che avevo in mano n’era la testimonianza visiva più convincente; anche Whilliam lo doveva ammettere adesso.

L’indomani di buon ora sarei andato nel suo studio a farglielo vedere e sentire la sua ipotesi. Volevo proprio ammirare la sua faccia quando lo avrebbe avuto tra le mani; cosa si sarebbe inventato stavolta per non ammettere che le cose che gli raccontavo erano vere?

Il mio pensiero fu interrotto dallo squillo del telefono. Risposi subito e sentii dall’altra parte, la voce della donna che mi aveva chiamato quella sera; era ansiosa e piuttosto preoccupata.

<<Mister Dalton perché non è venuto all’appuntamento?

l’ho aspettata al bar per quasi un’ora!>>.

Deglutii piano….

 

Henry Dalton (5)

Un essere luminoso, ondeggiava sospeso in aria emanando una luce verde, mentre teneva stretta una ragazza per la testa e le braccia, sollevandola di quasi mezzo metro dal pavimento. Aveva l’aspetto umano, ma io so che non lo era!

Non potrò mai più dimenticare ciò che vidi…..

Distinguevo a malapena i suoi lineamenti, tanto era abbagliante la luce che emanava. Riuscii a vedere solo la sua bocca spalancata che risucchiava, quello che sembrava essere il cervello, dalla testa della povera ragazza. Vedevo uscire la materia grigia di questa, che andava diritto dentro la bocca dell’essere. La ragazza non gridava né si opponeva alla sua stretta. Sicuramente aveva chiamato la polizia, prima di incappare in quella…cosa. Non ebbi il tempo di sparare e non so neanche se lo avessi mai potuto uccidere.

La figura, appena mi vide, scomparve all’improvviso nel nulla prima che io potessi riprendermi dallo stupore, lasciando la ragazza a terra, esanime sul pavimento della stanza.

Corsi verso di lei e controllai il battito del cuore, ma non c’era più niente da fare: era morta. Nessuna ferita era riportata sulla testa, e nemmeno la presa dell’essere che la teneva sollevata da terra, era visibile sulle sue braccia delicate e bianche. Chiamai l’ambulanza e feci una telefonata al comando per informare cosa era successo. La collega di turno non credette a ciò che le raccontai per telefono, mi disse se stavo bene e se avevo già chiamato l’ambulanza; poi si raccomandò di farmi dare un’occhiata dagli infermieri e di prendere qualcosa per calmarmi.

In effetti, ero molto agitato mentre parlavo al telefono della cosa alla quale avevo assistito, ma non avevo idea che il dire la verità, avrebbe causato un susseguirsi di eventi spiacevoli che mi avrebbero portato a pentirmi di fare quel ”rapporto”. Raggiunsi il giovane collega nell’atrio dell’edificio. Non appena mi vide si preoccupò. Avevo il viso sbiancato. Lo informai di ciò che era successo al secondo piano, ma stentò a credermi. Salimmo nuovamente e, con mia meraviglia, la ragazza non c’era più, era sparita. Non dimenticherò mai più il viso di Marck puntato su di me, misto a stupore e compassione: non credeva a quello che gli avevo raccontato, e aveva ragione a dubitare, il corpo non c’era più; e non fu mai trovato. Successivamente anche tutti gli altri del dipartimento dubitarono della mia stabilità mentale e mi compativano, facendomi sentire un povero idiota. Avevano dato la colpa allo stress causato dalla mia rovinosa vita privata: l’abbandono di mia moglie sembrava per molti, la causa dello sconvolgimento mentale che mi aveva preso. Anche il commissario era di questo parere e allora, per aiutarmi mi obbligò a prendere le ferie e farmi una vacanza per rimettermi in sesto. Io rifiutai, ma non volle avere ragioni: mi spiegò che il riposo dovevo prenderlo volente o nolente, per il mio bene e quello di tutti i colleghi con i quali io lavoravo a stretto contatto. Lo feci con rammarico e la mia firma su quel foglio di richiesta di ferie fu in realtà, la mia condanna al prepensionamento: infatti, l’indomani un uomo bussò alla mia porta, si presentò come il dottor Daniel Haisemberg. Era stato mandato dal distretto per aiutarmi a superare lo stress che da qualche tempo mi attanagliava. Dissi che non avevo bisogno di strizza-cervelli e lo mandai via in malo modo. Dopo un po’ una telefonata disturbò la mia doccia. Il commissario m’informava che, se non avessi seguito delle sedute di psicoanalisi con il dottore che il distretto di polizia mi aveva mandato quella mattina, sarei stato considerato licenziato in tronco. Ripetei che non avevo bisogno di buca-cervelli e che io stavo bene, ma sapevo che mentivo, in realtà c’era veramente qualcosa che non andava in me. Da quella notte avevo avuto sempre la ragazza davanti agli occhi che stramazzava a terra senza vita; vedevo l’essere verde nei miei sogni e non mi dava pace. Questo faceva sì che durante il lavoro ero teso e nervoso, tanto che una volta avevo quasi sparato a Marck per sbaglio: mi era sembrato di vedere l’uomo luminoso svolazzare in aria e in realtà, era il mio giovane collega che si era affacciato alla finestra per avvisarmi che il perlustramento al piano superiore era terminato e che andava tutto bene.

Non pensavo che quell’esperienza mi avesse toccato così tanto, ma sembrava che sommata alla perdita di mia moglie, avesse creato in me confusione e stress tali da farmi ricorrere ad uno psichiatra. Dopo un po’ di discussione telefonica, mi arresi al volere del mio superiore e accettai di farmi psicanalizzare ma, ad un patto, che a farlo fosse il mio amico d’infanzia, il quale era specializzato in quel campo. La mia richiesta fu accettata. Da quel giorno andai tutti i venerdì da lui a raccontare di quella strana vicenda e non mi fece male anzi, in qualche modo il parlare con un vecchio amico mi aiutò molto, solo che poco tempo dopo, mi successe una cosa che ancora adesso stento io stesso a credere…

 

Hery Dalton (4)

Mi sollevai a fatica da terra, cercando di ricompormi. Cos’era successo? Come ero ritornato indietro? Guardai il biglietto che avevo in mano, non era stato timbrato e apportava la data del 12 ottobre del 1970: non riuscivo a credere ai miei occhi, che ci facevo con un biglietto vecchio di 20 anni? Non riuscivo a capacitarmi. Ero tornato ad avere le perdite di lucidità mentale che mi avevano fatto perdere il lavoro, costringendomi ad andare in prepensionamento prima del tempo? La mano tornò a tremarmi come mi era accaduto di sovente dopo quell’esperienza tremenda di sei mesi prima. Riuscii a controllarmi e, tenendola stretta all’addome, mi diressi verso il bar di fronte. Chiesi subito dell’acqua, e presi la pastiglia che il mio medico e amico psichiatra, mi aveva prescritto per questi tremori.

Il barista, mi guardò con aria preoccupata e chiese se stessi bene?lo rassicurai.

Mi guardai intorno, cercando di individuare la donna che mi aveva chiamato al telefono quella sera, ma non riuscii a scorgerla. Aveva detto che avrebbe indossato un cappello variopinto di tela per farsi riconoscere, ma a quanto pareva non era lì, si era veramente presa gioco di me! Guardai il biglietto che avevo in mano e mi chiedevo, come poteva essere un’allucinazione quel pezzetto di carta che stringevo fra le dita?stavolta non vi erano dubbi, era tutto vero! Ciò che avevo vissuto era reale!

Il fattore con la bambina, Mister Malcon, il treno e i due uomini, li avevo visti veramente!non era stato frutto della mia fantasia! Decisi, che l’indomani sarei andato da Whilliam, il mio amico psichiatra, a parlare dell’accaduto e avrei mostrato il biglietto come “prova” che non avevo sognato come lui affermava; non ero affetto da “paranoia maniaco-ossessiva” come lui aveva sentenziato! Ringraziai il barista e mi riversai sulla strada in cerca di un taxi. Non aspettai molto, in dieci minuti ne trovai uno che mi portò diritto a casa.

Finalmente avevo la prova che non ero malato come diceva il referto medico del dipartimento di polizia. Sarei potuto tornare al lavoro se solo avessi messo tutto secondo l’ordine logico delle cose, provando d’essere sano di mente: ma era piuttosto difficile.

Sdraiato sul mio letto, vuoto ormai da mesi dopo che mia moglie mi aveva lasciato senza che io avessi mai sospettato che il nostro matrimonio stesse andando a rotoli, ripensavo a ciò che accadde quella maledetta notte che cambiò totalmente la mia vita, rendendomi pauroso e pieno di terrore per un non nulla…

Erano passati più di sei mesi, ma ciò che vidi, lo rammenterò finche vivo!………….

Durante un pattugliamento notturno nei pressi del Bronx, erano stati segnalati alcuni furti in abitazioni private e la cosa, era normalissima: di normale routine in quel posto, solo che non potevo immaginare gli sviluppi successivi.

Quella settimana mi era stato affiancato un ragazzo nuovo, ai suoi primi turni di notte. Era un ragazzo molto giovane e inesperto, che io avevo preso a buon volere, proteggendolo sotto la mia ala. Mi ricordava, George, mio figlio che aveva pressappoco la sua età ma che, grazie a Dio, era lontano dal pericolo, nell’università di Cambrigh.

Quando ci fu la chiamata dalla centrale che ci avvisava di un furto proprio vicino a dove ci trovavamo, partimmo di corsa sul luogo. Giunti che fummo, dissi a Marck, il mio collega, di aspettare nell’atrio dell’enorme edificio e di chiamare la centrale se non fossi ritornato tra venti minuti; avrei ispezionato lo stabile, accertando che non vi fosse pericolo. Volevo proteggere il ragazzo da eventuali scontri a fuoco e, per non fargli rischiare la vita, gli dissi di controllare l’uscita e bloccare la fuga degli eventuali malviventi. Salii al primo piano e non vidi niente di sospetto. Controllai le porte degli appartamenti senza rilevare nessuna anomalia. Quando giunsi al secondo piano, un lamento di donna attirò la mia attenzione. La porta dell’appartamento numero 12 era stato forzato. Entrai lentamente, cercando di non fare alcun rumore e mi diressi verso la stanza da letto.

Ciò che vidi fu una cosa raccapricciante e inverosimile…

Henry Dalton (3)

Erano dei bellissimi stalloni neri, ben curati e pieni di energia; molti sembravano di pura razza. Uno di loro si avvicinò a me docilmente e si portò col muso fuori dello steccato.

Istintivamente allungai la mano per accarezzarlo e questo, si lasciò lisciare senza nessuna paura.

Mi erano sempre piaciuti i cavalli, ma non avevo mai avuto la possibilità di tenerne perché il mio lavoro non me lo permetteva; a parte il tempo che non avevo per dedicarmi a loro, per mantenerli costava parecchio per un poliziotto di stato come me, con la misera paga che ha!

D’un tratto un rumore d’auto attirò la mia attenzione: era una mercedes nera che, alzando una nube di terra dietro di se, si avvicinava a tutta velocità alla fattoria.

Mi girai verso la sua direzione e cercai di vedere la persona che vi era all’interno, ma non ci riuscii: i vetri erano di quelli scuri.

La macchina si fermò proprio vicino al recinto e, spento il motore, lo sportello si aprì lentamente. Pensai “eccolo, Mister Malcon è arrivato” e non vedevo l’ora di conoscerlo e di chiedere di accompagnarmi alla stazione. Un uomo piuttosto giovane, sulla trentina, usci dall’auto fissandomi incuriosito. Portava degli occhiali neri e un cappello da cow boy e la sua tenuta sembrava da cavallerizzo. Mi venne incontro e, non appena fu abbastanza vicino, con un leggero sorriso mi chiese: <<Buon giorno!chi è lei?>>

<<Salve>>risposi con gentilezza: <<mi chiamo Dalton, sono suoi questi cavalli? <<Si>>mi rispose, mostrando d’essere orgoglioso dei suoi purosangue <<mi dispiace, non sono in vendita!>>continuò.

<<No, no>> risposi <<non sono interessato a comprarli, anche se sono molto belli>> e girandomi verso di loro<<li stavo solo ammirando, sono degli splendidi esemplari!>>

L’uomo si avvicinò al recinto e accarezzò proprio quello che io prima avevo lisciato, e disse<<questo è il mio preferito!è una femmina, è la più docile di tutti e mi è molto affezionata!>>

Gli sorrisi dicendo<<Vedo che ama molto gli animali>>

<<Certo!>>rispose compiaciuto<< sono più fedeli degli uomini e, al contrario delle donne, non danno delusioni >>

Annuii, ridendo per l’affermazione e aggiunsi<<ha proprio ragione!Signor….>>

<<Malcon! Maximilian Malcon, ma lei mi può chiamare Max!>>rispose, stringendomi la mano.<<e lei?>>

<<Dalton! Henry Dalton!ma mi può chiamare Rick!>>

<<Piacere di conoscerla Rick>>disse sorridendomi<<lei non è di queste parti, vero?non ha l’accento del Nevada; piuttosto sembra Newyorchese!>>.

Ricambiai il sorriso, confermando la sua supposizione<<ha ragione Max!io sono proprio di New York!e avrei bisogno di tornarvi al più presto!>>e, sperando di non essere incalzante, aggiunsi<<non è che lei mi potrebbe dare uno strappo fino alla stazione ferroviaria?>>.

L’uomo rispose senza pensarci due volte<<Certo !molto volentieri!quando vuole!il tempo di far sbizzarrire i miei piccioncini e poi, io sono a sua completa disposizione! >>.

<<Grazie Max>>risposi, dando un sospiro di sollievo

<<la ringrazio infinitamente, faccia pure con comodo!>>.

<<Come mai si trova qui?>>chiese l’uomo incuriosito.

<<Bhe!la storia è un po’ lunga>>risposi<<ho avuto dei problemi con…. il mio mezzo e ora sto cercando di tornare indietro dopo una breve vacanza!>> sperai di essere stato abbastanza convincente.

<<Ha scelto uno strano posto per passare le sue vacanze>> rispose l’uomo<<Piramid non è molto frequentata dai turisti, non piace il posto: troppo arido! >>e aggiunse: <<solo i cavalli lo amano!>>.

Subito dopo, Max Malcon scavalcò la staccionata con estrema agilità, salì sul cavallo preferito e incominciò a trottare lungo il perimetro del recinto. Gli altri cavalli si tenevano distanti; uniti alla staccionata guardavano, calmi e sereni, il loro padrone. Ad un certo punto,  prese la rincorsa e saltò di là del recinto. Si ritrovò fuori, facendo galoppare il puro sangue giù per la valle che si stendeva a perdita d’occhio ai piedi della fattoria.

Guardavo ammirato la prodezza di quell’uomo che governava i suoi cavalli con destrezza e agilità estrema: era proprio un vero cavallerizzo e questo, giustificava pienamente la sua tenuta.

Sembrava non stancarsi mai e, anzi, pareva che si rinvigorisse ogniqualvolta passava al successivo.

Max, fece cavalcare a turno, tutti i cavalli fuori del recinto; alla fine, soddisfatto, si avvicinò a me con viso raggiante<<Trovo che cavalcare queste creature sia qualcosa di divino, di magico, che ridà forza ed energia!non trova?>>poi, senza aspettare una mia risposta, aggiunse:<<allora?se vuole adesso possiamo andare?spero che non si sia annoiato nell’attesa?>>.

<<No, anzi!>> risposi con lo sguardo ammirato<< devo proprio farle i complimenti! Lei Max è veramente un ottimo cavallerizzo! Vorrei saper cavalcare anch’io così>>

<<Grazie Rick, ma non deve cercare di lusingarmi per ringraziarmi del passaggio!Glielo dò volentieri!>>e dicendolo rise divertito, e io risi con lui.

Prima di andare, l’uomo accarezzò i cavalli e li salutò come fossero esseri umani, chiamandoli uno ad uno per nome e raccomandandogli di fare i bravi, poi mi chiese di attendere lì un paio di minuti: doveva dire una cosa al fattore, l’uomo magro che mi aveva accolto col fucile inbracciato. Si diresse verso la casa e io attesi impaziente il suo ritorno. Volevo arrivare al più presto a New York, dovevo sapere di più su quella donna che mi aveva telefonato. Conoscevo una persona all’ente dei telefoni pubblici che mi avrebbe potuto aiutare a rintracciare la provenienza della telefonata. Ero appoggiato allo steccato del recinto, pensando che avrei dovuto munirmi di telefonino al più presto per non essere tagliato fuori della civiltà tecnologica quando, la bambina di prima, venne proprio dietro di me e mi tirò per la giacca.

<<Vai via?>>mi chiese con tono triste.

<<Si!>>risposi <<grazie per l’ospitalità!>>.

<<Mi dispiace che tu debba andare, mi eri simpatico!Scusa per prima è che mi hai fatto paura! Non sapevo che ti trovavi lì dentro!>>.

Le sorrisi, dicendo che ero io a dovermi scusare con lei per lo spavento che le avevo causato e poi aggiunsi<<Come ti chiami?>>. La bambina si toccò il nasino e poi disse

<<Il mio nome è Blonde>> e aggiunse ridendo<<anche se io ho i capelli scuri!>>risi con lei e le dissi che il mio nome invece era Rick, e che se avesse un “h” al posto di una “k” sarei stato un uomo ricco; continuammo a ridere divertiti.

Poi mi salutò dicendo: <<Addio signor Rick!>> e, con un leggero movimento della mano in segno di saluto, si allontanò lentamente mentre mi guardava con quei suoi occhi neri e tristi…

La mercedes arrivò alla stazione alle 14 in punto.

Durante il tragitto Malcon Max, mi aveva mostrato con orgoglio e, a volte con superbia camuffata a bontà, tutte le sue proprietà terriere affittate a contadini che pagavano mensilmente una discreta somma di denaro che lui, diceva essere poca cosa, in confronto a quanto avrebbero dovuto pagare in realtà. Il suo guadagno era cospicuo e questo, lo rendeva veramente l’uomo più ricco e potente di Piramid.

Giunti alla stazione, avevo ringraziato Malcon Max per la sua disponibilità e gentilezza, e mi ero diretto alla biglietteria. Giunto allo sportello feci un biglietto di sola andata per New York e attesi l’arrivo del treno. Vi era solo un binario in quella piccola stazione. Non vi erano molti treni che passavano di là. Piramid, era una cittadina poco frequentata e non aveva molti traffici.

Nell’attesa, ammiravo le maestose montagne che avevo davanti a me, e mi accorsi che in cima ad una di esse, vi era scolpita, su un costone a bassa quota, un’immagine che in un primo momento non avevo ben decifrato ; era consumata e poco chiara… poi, capii che era una piramide. Probabilmente, era quell’opera d’arte, che dava il nome al lago che si trovava dietro di essa, e che nn era possibile vedere in quel momento dalla mia posizione.

Il treno arrivò puntualissimo! Salii in carrozza occupando un sedile sul primo scompartimento che trovai entrando. Era vuoto, ma subito dopo, arrivarono altri due passeggeri.

Questi si sedettero sul sedile di fronte al mio e incominciarono a parlottare tra loro. Quando il treno si mosse, erano le 14: 30; sarei arrivato nello stato di New York tra sei giorni almeno..nn considerando i possibili ritardi durante il tragitto.

I miei due compagni di viaggio sembravano ignorarmi e continuavano a parlottare tra loro. Uno dei due nominò il nome di Malcon e, involontariamente, sentii che non ne aveva molta stima. L’uomo di giovane età sembrava conoscerlo bene e lo accusava di essere un uomo crudele e spietato. Parlava di un caso di omicidio che non era mai stato risolto, in cui pareva, lui fosse implicato. La ragazza, che era stata barbaramente uccisa, sembrava dalla discussione, fosse la fidanzata di Malcon e che lui era stato tra i sospettati principali ma che poi, era stato scagionato dall’accusa. L’uomo, che sembrava non badare a me, continuò sostenendo che Malcon aveva pagato la polizia per non essere tra gli imputati, ma che secondo lui era il vero assassino. Il potere di Malcon su tutta Piramid era tale che anche i magistrati e i giudici erano corrotti da lui: aveva tutto in mano perché era molto ricco e potente. Pareva che fosse padrone di mezza Piramid. Aveva ereditato moltissime terre e poderi dalla madre che era morta in circostanze piuttosto strane e che aveva fatto di lui, l’uomo più ricco di Piramid. Il controllore entrò nello scompartimento e chiese ai presenti il biglietto. I due uomini mostrarono i loro biglietti che furono subito timbrati e poi riconsegnati, ma non chiese nulla a me, sembrava non avermi visto affatto: uscì come se fossi invisibile.

Feci per chiamarlo e, con il biglietto in mano, mi alzai dal sedile per raggiungerlo ma questo, si era dileguato; non era neanche lungo il corridoio. Controllai lo scompartimento vicino e poi quello seguente, ma non vi era nessuno: né lui né passeggeri. Tornai al mio posto e, con grande stupore, non vidi più i due uomini che viaggiavano con me, erano andati via: ma dove? Non li avevo visti uscire nel corridoio!come poteva essere?

La testa, incominciò a girarmi come una trottola e, il vagone sembrava una di quelle giostre che girano vorticosamente intorno a te mentre tu stai in piedi. Caddi a terra perdendo i sensi e quando riaprii gli occhi mi ritrovai sulla stessa banchina, di fronte la quale si trovava il bar affollato dell’appuntamento. Avevo in mano qualcosa che tenevo stretto: era il biglietto del treno……

Henry Dalton (2)

Uscii lentamente dalla mia “cella” e, coprendo gli occhi con la mano, guardai verso l’orizzonte che mi stava dinanzi cercando di capire dove mi trovavo. La sera prima ero vicino al mare e tutto intorno a me c’erano alberi e aiuole: erano state le ultime cose che avevo visto cadendo a terra prima di perdere del tutto i sensi e ora invece, mi trovavo in una landa desolata senza un filo d’erba, lontanissimo dal mare e da ogni essere vivente.

Si vedevano in lontananza delle montagne che non conoscevo. Mi girai alla mia destra e vidi una casa. Capii di trovarmi in una fattoria. C’erano dei cavalli in un recinto e anche delle galline che beccavano il suolo in cerca di cibo. Ad un tratto, la porta della casa si aprì di scatto e un uomo col fucile in mano uscì mirando verso di me e, con fare minaccioso, si avvicinava lentamente.

<<Mani in alto!>> gridò con tono serio <<chi siete?>>.

Alzai istintivamente le mani e, fermandomi a pochi metri dalla porta della rimessa, risposi ad alta voce:

<<Sono l’agente Dalton! Henry Dalton!>>.

<<Cosa vuole?>>gridò l’uomo ancora più serio e arrabbiato. <<Che ci fa nella mia proprietà?>>.

<<Veramente>>risposi<< forse me lo può dire lei? Qualcuno mi ha colpito in testa e non ricordo nulla, mi sono risvegliato qui e la testa mi duole tremendamente>>.

L’uomo abbassò il fucile e si avvicinò lentamente.

<< Mi faccia vedere un documento>>disse sospettoso.

Misi la mano dentro la tasca interna della giacca per prendere il portafogli dove tenevo il mio tesserino del dipartimento di polizia dello stato federale di New York, ma l’uomo si allarmò nuovamente e mi ripuntò il fucile addosso.  <<Non si muova e non faccia scherzi!>> gridò incollerito.

<<Stia calmo>>dissi con voce serena<<voglio solo prendere il mio tesserino che ho nella giacca>>.

<<Va bene, ma faccia lentamente!>> ribatté, lo strano personaggio che si trovava davanti a me.

Non so chi fosse quell’uomo esile che teneva a stento il fucile puntato sulla mia faccia, so solo che pareva dovesse stramazzare a terra da un momento all’altro, tanto era deperito. Nel frattempo, la bambina che mi aveva liberato, fece capolino dietro di lui. Mi guardò con occhi tristi; anche lei era molto magra, aveva un visino dolcissimo, con un neo sullo zigomo destro.

<<Calmo, stia calmo!>> continuai a dire con voce pacata. <<Sono un poliziotto>>. Estrassi lentamente il portafogli e tirai fuori il mio tesserino. Era ormai scaduto da mesi, da quando ero andato in pensione, ma non me n’ero voluto separare e così, non l’avevo consegnato al dipartimento. Volevo tenerlo per ricordo e ora, pareva anche tornarmi utile per quella situazione. L’uomo, fissò per un po’ la fotografia, poi, abbassò il fucile e disse<<mi scusi agente non potevo saperlo! Come ha detto che si chiama?>>

<<è scritto qui guardi!>>risposi indicando la scritta del mio nome in fondo al tesserino ma, mi accorsi che l’uomo non sapeva leggere.<<Va bene>> disse turbato

<<le credo!cosa vuole?>>.

Lo fissai intensamente. Capii che non sapeva nulla.

<<Dove ci troviamo? In che stato voglio dire?>>Chiesi, mentre cercavo con lo sguardo, di riconoscere le montagne che vedevo all’orizzonte; mi sembrava di non averle mai viste. L’uomo rispose arrabbiato<<Siamo nel Nevada!ma mi prende in giro?>>.

<<Nel Nevada?>>ripetei sbalordito. Come può essere?pensai; fino a ieri ero nello stato di New York?

<<Che montagne sono quelle?>>dissi indicandole col dito <<Sono le ‘Virginia Mountains!’>>rispose l’uomo.

<<E in che città siamo?>>continuai.

L’uomo, mi guardava come se si sentiva preso in giro e con riluttanza, rispose che eravamo a Pyramid, una piccola città vicino il lago omonimo: Pyramid Lake.

Rimasi sbalordito. Chi mi aveva trasportato per ben tre stati lontano da New York?e perché lo aveva fatto?forse ero vicino a scoprire chi fosse l’assassino e questi mi aveva voluto allontanare per agire indisturbato?ma perché mai non mi aveva ucciso invece? Dissi, all’uomo che mi fissava come se fossi un pazzo, che volevo raggiungere la stazione ferroviaria per ritornare a New York. Il contadino m’indicò un trabiccolo mezzo arrugginito che era stato buttato vicino all’autorimessa come ferro vecchio.

<<Ecco lì l’unica maniera per arrivarci; se riesce a farlo partire è suo! È lì da anni, ma non so se ancora funziona>>. Scossi la testa mettendo le mani tra i capelli; non sarei mai riuscito a far partire quel cartoccio e poi, non capivo nulla di meccanica. <<Ma non è possibile usare un cavallo del recinto?>>chiesi, aggrottando le sopracciglia.

<<Non appartengono a me. Sono di Mister Malcon, l’uomo più ricco di Piramid. Io li tengo nella mia fattoria per lui e mi paga per questo, non per farli usare da altri! È molto geloso dei suoi cavalli, mi ammazzerebbe se lo facessi>>.

<<Lei non ha altri mezzi per andare in città?>>chiesi desolato <<No!>>rispose il contadino sempre più irritato, <<ho il mio cavallo personale ma non credo ce la farebbe a portarla fino in città!è troppo vecchio e malandato, io lo uso raramente. Una volta al mese vado in centro a fare spese e poi lo faccio riposare per tutto il tempo, poverino>>.

<<Magari c’è qualche suo vicino che va in città stamani e che mi può accompagnare?!la prego!>>. L’uomo mi guardò fisso poi, si girò verso la bimba che nel frattempo si era messa al suo fianco e mi guardava incuriosita con due occhini neri e sbarrati su di me; alla fine disse..

<<Questa è una zona molto arida, non vi sono molte fattorie. La mia è l’unica nel raggio di 20 miglia. Se vuole, può attendere Mister Malcon, dovrebbe venire oggi a cavalcare i suoi stalloni; di solito, arriva a quest’ora con una Mercedes!>>.

<<Va bene, grazie!>>risposi risollevato. L’uomo si dileguò assieme alla bimba. Prima di andar via mi aveva detto di non toccare nulla e se avessi voluto, potevo tranquillamente sedere sulla sedia che si trovava davanti alla porta della rimessa e aspettare l’arrivo di Mister Malcon.

Rimasi solo e ancora più confuso: come mi avevano trasportato fino nel Nevada, ad almeno sei giorni di macchina, senza che io avessi ripreso conoscenza? Per quanto tempo ero rimasto svenuto allora e, soprattutto, chi era stato a colpirmi?

Il mio orologio si era stranamente fermato, era la prima volta che succedeva dopo la terribile vicenda che mi aveva portato quasi a perdere la cognizione della realtà. Qualche mese prima ero l’agente più stimato del dipartimento e poi invece l’irreparabile, che mi aveva fatto andare in pensione prima del previsto. Non avevo che 40 anni e già ero considerato da buttare….ma non ci volevo più perdere la testa a elucubrarci sopra. Il mio pensiero tornò dunque alla telefonata che avevo ricevuto a casa. Una donna mi aveva dato appuntamento a quel bar vicino al mare che non ero riuscito a raggiungere. Mi aveva detto di chiamarsi Blonde e che aveva delle cose importanti da rivelarmi sul caso del mostro di New York. Non so come avesse avuto il mio numero di telefono, né chi potesse averglielo dato. So solo che quella sera, il telefono aveva squillato e la voce suadente della donna mi aveva fatto intuire di conoscere bene il mostro che da mesi faceva scempio di povere fanciulle indifese. 

Rimasi seduto lì a rimuginare sull’accaduto per quasi una mezz’ora, ripensando ad ogni minima parola detta da lei al telefono, concludendo che era stata molto brava a prendersi gioco di me e attirarmi in quell’imboscata!
Seccato da tutto ciò che mi era capitato, fissai le montagne che si stagliavano all’orizzonte e, pian piano, mi avvicinai alla staccionata dove dei cavalli trottavano tranquilli….."Virginia mountains"..ripetei a me stesso, come per cancellare la brutta disavventura in cui mi ero cacciato…<<Sono proprio belle!!>> esclamai ad alta voce!
 
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